STILE LIBERO PROSA
04/12/2015
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L’acqua nera bolle ed è pece anzi bile che mi sommerge ora affogo ora agito le mie membra e colpisco ogni suono ogni corpo che mi tormenta lo martorio fino a sentire carne che disgrego con le dita strappo ogni speranza di questa vita e muoio.
La sveglia.
Mi alzo dal letto. Sono fradicio. L’ansia per l’incubo appena terminato non accenna a dissolversi. Quelle immagini tormentano questa mattina scura. Mi calmo. Devo calmarmi.
Ma come cazzo vuoi che mi calmi con quello che ho visto ieri, quella scena che ancora mi consuma le retine e le clessidre ora rotte mi parlano mi ordinano di frantumarmi come loro ma io la vorrei liquefare quella stronza, a me non lo dovevi fare sul mio letto con quell’insetto che ti baciava le voglie che mi dedicavi, a me cazzo non lo dovevi fare ti è andata bene ieri che non so come me ne sono andato prima di dar fuoco a tutta la casa con te e quell’altra merda qui rinchiusi e ora sono io che dovrei dormirci su questo letto e so pure che mentre sarò al lavoro verrai a riprenderti le tue cose come una ladra che ruba a casa propria perché con quale altra maschera potresti mai presentarti di fronte a me? Verrai di giorno e ti porterai via ogni gioia lascerai solo paranoia e una futura disintossicazione da xanax e poi non ti vedrò mai più ma come cazzo farò senza di te che cosa ti ho fatto io cosa cazzo ti ho fatto proprio non lo so ti prego santo dio fa’ che non se ne vada mi sento di morire risucchiato dal vuoto che ho dentro lo sento sto implodendo.
La sveglia si ripete. Le sette e un quarto. Tempo di riflettere. Allora gioco la carta dello specchio. E se sarò così nitido da riconoscermi, forse non tutto sarà perduto. Forse.
Le mani bruciano. Gridano vendetta per non averle utilizzate quand’era il momento. Non pensarci. Non pensarci ti prego.
Mi sciacquo il viso sul lavabo e sputo. È grigio e denso. Sembra il liquido di cui immagino composti i miei nervi disossati d’ogni senso. Oggi sarà un giorno come un altro. Credici. Oggi sarà un giorno come un altro. Ti scongiuro, credici.
Trattieni le lacrime trattieni le grida trattieni l’ira o ti ucciderai insieme al mondo prima di mezzogiorno ti prego trattieni tutto, ingoialo e digeriscilo, non c’è altra soluzione non c’è altra soluzione non c’è.
Dai véstiti. Infilati la stessa cravatta di ieri. Stringi il nodo che vorresti fosse un cappio e almeno sarebbe finita questa vita di merda che proprio a me devono capitare le corna io che proprio solo questo ti ho sempre detto non farmele piuttosto lasciami che sennò io divento pazzo e rischio tutto pur di trascinarti con me a fondo, dio fa’ che venga quando non ci sono o ti giuro non so quale osso spezzarle per primo oddio oddio ma come potrei mi ucciderei piuttosto allora questa cravatta sarebbe anche del colore giusto per impiccarmi ma non ho la forza allora dio dammi la forza di mettere fine alla mia pena perché non ho altra strada già lo so ma tu non mi regalerai mai questa pace perché sadico come sei non vedi l’ora di gustarti i miei patimenti ma allora dammi la forza almeno per andare avanti e fa’ che ‘sta giornata finisca presto o giuro che non arriverò al prossimo mattino tutto intero.
Quiete. Necessito quiete e riposo. Anzi, mangiare qualcosa. Dar materia a quel buco nero che è il buco dello stomaco. È tutta una contrazione sul dolore. Una concentrazione di male oscuro di cui sono padre e figlio orfano.
Esco. Cammino in pilota automatico. Il rosso del semaforo vorrei fosse il sangue del mio nucleo vitale. Invece è solo l’ennesimo colore che riconosco per posizione e non più per tonalità. Tutto sta scomparendo. Ogni cosa decade.
L’incrocio. Aspetta sia verde. Aspetta che se ne vada il rosso perché dio davvero vorrei attraversare ora e vedermi riflesso sul parabrezza della morte e pezzi del mio cranio volare sull’asfalto ed ecco che almeno anche io lascerei traccia di me in questo mondo e lei sì che si sentirebbe una vera merda a mettermi le corna il giorno prima di vedermi su una bara aperta brutta troia che non è altro lei e il suo dio che me l’ha messa contro ma cristo santo perché io che cazzo ho fatto di male e ora tutti mi guardano con questo paio di corna che ho addosso e non reggo il peso come potrei non ho la forza mi sento di morire voglio morire e basta e lasciatemi morire o dormire che è la stessa cosa vi scongiuro ve ne prego come potete torturare così un uomo lasciarlo sulla soglia tra il massacro e lo sterminio io davvero non ti capisco dio ma ho capito adesso cos’è l’odio.
È verde. Attraversa. Rallenta il passo che non sei in ritardo. Prosegui dritto. Questo bar va bene. Andiamo al bancone. Da soli la colazione si fa al bancone. Se si è in due al tavolo. Ma io sono solo e lo devo accettare. Accettalo. Cosa voglio? Qualcosa di diverso. Ordino caffè nero, bollente. Mi fa schifo il caffè nero ma almeno non penso a ciò che ordinavo quand’ero con lei perché se ci penso divento più nero del caffè e riattacco a bollire e la bile mi sale allora ho paura di vomitare l’ira che mi percuote cristo santo se l’avessi di fronte la ustionerei con la mia rabbia così che nessuno ti si tromba più maledetta puttana, sì è così no non è così oddio ma cosa farei non ti farei mai del male sto solo qui a rigurgitare odio ma è amore rancido perché me l’hai tenuto fuori frigo e sono io che lo mangio in preda alla fame in cui mi hai lasciato ma che ti ho fatto io che sempre mi son preso cura di te dio santo a stanotte già lo so che non ci arrivo se non freddo in una contenitore che non sia questo corpo da buttare a fondo.
Entra un bambino con il padre. Vorrei essere lui. Guarda com’è orgoglioso di suo figlio. Dovevo essere io. Il bambino mi si affianca. Mi guarda dal basso e sorride. Ha un viso bellissimo. Mi viene voglia di rovinarlo. Allora lo faccio. Il caffè appena servitomi mi cade per sbaglio e s’infrange come un’onda sulla sua faccia e il bambino urla il padre si avventa su di lui e chiede dell’acqua fredda al barista tutti si affacciano a vedere cosa succede qualcuno si avvicina io approfitto della ressa e me ne esco col fuoco nelle mani lo stesso fuoco che cammina con me non mi lascia e consuma ogni cellula posso contare quelle che restano e sono tutte in coppia soltanto io ora sono solo nel mondo, solo io al mondo solo.
A passo veloce, il cuore torna a vivere. A pompare. Hai visto cosa mi hai portato a fare? Tutta colpa tua brutta cagna dovevi essere tu non quel bambino innocente lui cosa ne può ma ti giuro che la prossima sarai tu e quel rifiuto con cui ti ho visto abbracciata che se ci penso mi torna il male e non lo reggo allora crollo per terra e un passante si ferma e mi chiede tutto bene? Allora gli dico fatti i cazzi tuoi perché non voglio la pietà altrui siate coerenti con il mondo e massacratemi tutti ma lui risponde vaffanculo e io un po’ ci speravo perché a me vaffanculo non me lo dici cazzo allora ti prendo per il collo e ti tiro un pugno testa di cazzo e non me frega niente se me ne tiri uno a tua volta però che botta e un calcio sugli stinchi mi fa perdere l’equilibrio e un altro pugno mi convince che questo qui è meglio lasciarlo perdere ma appena si volta per andarsene mi sale su la violenza non la trattengo cazzo non ce la faccio voglio ucciderlo allora lo attacco alle spalle e cazzo lo sto a strozzare ma lui mi lancia in avanti e sono ancora a terra e con un calcio sulle costole mi persuade che è meglio che me ne sto steso sull’asfalto colore del mio giorno a pensare ai miei dolori che ora non sono solo in coscienza ma anche in carne e cristo che maledetto che sono tutte a me prima le corna poi le botte e cos’altro mi deve succedere ancora tutta colpa di quella dea della sofferenza che se non mi avesse fatto cornuto io mica starei qui dolorante col labbro rotto e ora pure in ritardo per il lavoro.
Il bus. Corri dai cazzo corri non puoi perdere ancora almeno questa vittoria portatela a casa o la lascerai vuota con solo i mali che ti aspettano stasera per rincuorarti del fatto che sì, tutto sta andando nel peggiore dei modi perciò non ti illudere che possa migliorare.
Salgo. Tampono il sangue, un po’ lo gusto e ora che ci penso mi sento meno scosso, quasi sollevato. Forse dovevo scaricare l’adrenalina. Fare male a qualcuno come lei lo ha fatto a me, ma non è abbastanza altrimenti come potrebbe ancora tornarmi alla mente l’immagine di quell’ameba con la testa tre le sue gambe mentre lei geme come non ha mai fatto con me e per forza finge o fingeva con me allora è stata tutta una falsa storia e io cristo santo non lo accetto va bene le corna ma essere preso così per il culo porca puttana proprio no e giuro sui miei patimenti che se la trovo me la mangio anzi prima la scopo con la violenza che c’ho in corpo e dopo davvero la disintegro ma cosa mi dico che tanto poi non faccio mai nulla di quello che mi dico sono solo capace di riceverle e povero bambino spero di non avergli fatto male se ci penso mi viene la nausea allora vomito e sul bus tutti si distanziano e che schifo dicono mentre qualcuno mi chiede sta bene? Ma ora rispondo sì grazie perché altri pugni non li potrei sopportare e qualcuno ride e cazzo che si rida di me proprio non lo sopporto allora mi volto in cerca del giullare da strozzare ma poi che ne so io se ridono di me rischio di fare la figura del folle e sono solo le otto e già questa giornata m’ha tolto più di quanto ha fatto una vita intera allora spero non ridano di me perché ti giuro dio che se ridono di me appena smonto gli salto alla giugulare a quel ragazzino mezzo frocio e alla sua amichetta che non se la sbatterebbe nemmeno un ragazzino mezzo frocio.
La mia fermata. I ragazzini non smontano. Buon per loro. Mi rimetto in sesto. Mi asciugo la fronte. Mentre cammino sembra che l’obiettivo della gente sia io. Tutti mi sbattono le spalle addosso. Non resisto più. Guardo il mio riflesso alla vetrina di un negozio e quasi non mi riconosco. Il viso tumefatto. Le labbra gonfie e viola. Sono la pelle di questa città torturata. Sono la conseguenza della sua condanna. Sono la faccia del tumore che porta il suo nome e che lentamente ma con vigore mi consuma.
Continuo a camminare e arrivo al civico diciotto che ogni mattino da sei anni a questa parte mi riceve alle otto e un quarto. Sono le otto e venti. Premo il tasto di chiamata per l’ascensore. Attendo e penso a cosa mi manchi per completare questa giornata di merda. Magari che io esca dall’ascensore e mi trovi lei davanti mentre si scopa tutto l’ufficio allora sì che porca puttana farei una strage e una volta tanto metterei a fuoco per davvero questo posto di merda che maledetto io il giorno in cui ho firmato il contratto e ora sono relegato a schiavo in questo inferno in terra che brucia senza fiamme ma quelle tanto gliele porto io e aspetterò che i corpi siano cenere prima di andarmene e me ne andrò con un’urna sotto il braccio contenente i resti di quella puttana per andare a sotterrarle in una discarica tossica così che se qualcosa nasce dalla sua polvere sia avvelenata dal primo istante di vita.
La porta dell’ascensore si apre al quinto piano. In fondo al corridoio vedo il direttore. Se ho fortuna gli passo dietro senza che se ne accorga. Ma il cartello fuori recitava lasciate ogni speranza o voi che entrate.
Ah ci presentiamo in ritardo e con evidenti segni di rissa e questo cos’è un ospedale no non lo è allora cosa ci fa qui se ne vada prima che la licenzi e questo è l’ultimo avvertimento lei non è più produttivo anzi mi sta diventando una palla al piede lei e tutti i suoi colleghi ma qui io chiudo tutto e vi mando in mezzo alla strada che quello è il posto per gli incompetenti come voi lei per primo che è il peggiore di tutti soltanto la puntualità aveva dalla sua ora nemmeno quella stai zitto brutta faccia di merda perché io ti salto al collo cazzo lo faccio e gli salto al collo per davvero e la segretaria si mette a urlare allora i colleghi accorrono e alcuni mi incitano a continuare fallo a pezzi ma lui diventa viola più del mio labbro consumato perciò mi staccano le braccia e io mi agito e comincio a dimenarmi e sono rosso di nervi scoppiati ora uccido tutti cazzo non sopporto più questa vita ma ti pare che possa continuare così io non ce la faccio più e il direttore mi urla la denuncio ma denunciami ‘sto cazzo che tanto non ho più nulla da perdere non lo vedi che a un disperato non puoi togliere alcunché e io questo sono allora io mi uccido qui ma prima vi uccido tutti voi che avete ucciso l’umanità che m’era rimasta ora basta mi sento di morire e piango allora mi portano in bagno e mi sciacquo la faccia e dio mio cosa mi sta succedendo perché mi doveva crollare il mondo addosso oggi non poteva starsene in sciopero? No doveva per forza puntare su di me il suo dito ma che cristo di colpe ho io che ho sempre pagato le tasse ho sempre votato non ho rubato neanche un gelato e non mi sono mai dato delle arie ho sempre studiato, tutta una vita sulla retta via non mi merito tutto questo dio non me lo merito se devi farmi vivere così ti prego prendimi con te o mandami all’inferno che un purgatorio così crudele io non lo voglio vivere non lo voglio vivere più davvero.
I colleghi mi mettono le loro mani sulle spalle in segno di incoraggiamento. Mi calmo. Devo calmarmi quindi mi calmo. Esco dal bagno e trovo il direttore accasciato a terra.
Le chiedo scusa dico e lui non credere che questo ti salvi da una querela e ovviamente sei licenziato e io me ne frego ma questo non lo dico e prendo l’ascensore.
E ora cosa faccio dove vado adesso che non ho più un lavoro dove vado a disperarmi a casa no perché rischio solo di impiccarmi e forse è anche una buona idea perché così se quell’altra stronza torna mi trova appeso le rovino io la giornata ma per quanto gliene frega penserà che sono un orologio a pendolo nuovo e dio che dolore che sto provando ma quale rabbia è tutta nebbia la mia davvero non so che cosa fare allora me ne torno a casa e mi uccido così annullo anche i miei debiti verso questa vita che ora forse sono io che avrei dei crediti ma si sa che la vita non paga mai e semmai appagasse sarebbe per così poco che te lo scordi poco dopo allora basta è deciso e non so per cosa propendere se per lo scorsoio o il gas o la testa dentro il forno o mi taglio e insanguino tutto pure i vestiti di lei così sarà macchiata per sempre nel ricordo quella stronza che ti giuro cosa le farei adesso prima la torturerei gridandole guarda cosa mi hai fatto mi hai rovinato io prima ero un tipo assolutamente buono e giusto e ora sono cornuto sono un violento uno che scioglie la faccia ai bambini che tenta di uccidere i propri dirigenti dio mio cosa sono diventato anzi cosa mi hai fatto diventare tu con la tua voglia di farti riempire da altri io non ti bastavo ma perché santo dio che cosa avevo che non andava adesso ho tutto che non va e la direzione giusta delle cose l’ho persa e con lei pure il senno ora vedo grigio sono il mio stesso sputo sono finito mi sento di morire per davvero cristo dammi la forza che non resisto.
Un bagliore di luce illumina la facciata di una chiesa. La campana si attiva per scoccare le nove di questa mattina gelida ma io tra poco sarò più freddo di lei. Però se mi confesso finirò in paradiso perciò meglio se mi scaldo un po’ parlando a dio e vedo la luce del confessionale accesa allora entro e dall’altra parte qualcuno dice buongiorno e io non lo vedo perché siamo separati da una tenda rossa allora rispondo semplicemente buongiorno padre vorrei raccontarle i miei peccati perché ho paura di morire a breve e se muoio mi faccio del male che mi mando sicuro all’inferno da me per quello che ho fatto allora dimmi quali sono i tuoi peccati e mica mi dice figliolo come tutti pensano che un prete dovrebbe fare, no quello succede nei film o nei romanzi ma nella realtà non ti chiamano figliolo anzi ti trattano come un lebbroso ma io questo sono effettivamente, porto il marcio della mia ombra lunga sulla gente e attacco con la mia disperazione perché padre sono dannato è evidente la mia compagna mi ha tradito l’ho scoperta ieri mentre si lasciava scoprire l’universo da un inetto e non so per quale grazia divina non ho dato fuoco a tutto perché mi è salita una violenza tale che non avevo mai conosciuto prima ma dio mi ha dato la forza per andarmene e così ho fatto mi sono ubriacato in giro fino a tarda notte finché non mi sono sentito le memorie corrotte e avevo dimenticato l’accaduto e tornando a casa sono svenuto sul letto ma ho fatto un incubo tremendo e quando mi sono svegliato avevo solo il pensiero di lei che mi faceva a pezzi l’ego e i nervi si erano già sciolti anzi liquidati e sono uscito di casa attaccandomi a quei pensieri di morte mia e di altri allora sono entrato in un bar e ho chiesto un caffè ma è entrato un bambino bellissimo che doveva essere mio figlio invece era il figlio di uno che avrei dovuto essere io e la loro felicità era evidente la mia invidia lacerante eccolo il mio unico peccato padre sono invidioso della serenità altrui e io perché non posso avere quella felicità? Se non posso averla io non deve averla nessuno mi sono detto e ho buttato il caffè in faccia al bimbo e l’ho visto urlare mentre gli si deformava il viso perciò sono scappato e in un attacco di panico per quel che avevo fatto mi è salita la nausea così un uomo gentile si è fermato a chiedermi se stavo bene ma perché doveva essere gentile con me? Non lo meritavo e tantomeno volevo esserlo io perciò gli ho risposto male e lui com’è giusto che sia mi ha ricambiato allora gli sono saltato al collo e ne è nata una rissa che ho perso e sono rimasto steso a terra a preoccuparmi delle mie costole quando qualche metro prima c’era un bambino che forse non avrà mai più modo di vedere il mondo con un sorriso e sa cosa penso che se avessi quell’uomo qui vicino mi ci attaccherei ancora al collo perché non lo sopporto di avere perso non sopporto più di perdere, in ogni cosa perdo pezzi della mia vita perdo il lavoro sì ho perso anche il lavoro perché a causa della rissa ho fatto tardi di cinque minuti e il direttore mi ha chiesto dove andavo con questa faccia da pugile decadente e in ritardo per giunta allora ha cominciato a urlarmi che ero il più incompetente di tutti e io davvero questo non lo sopporto più non ce la faccio a vedermi come uno dei tanti perdenti al mondo io volevo vincere qualcosa nella mia vita ma più la guardo e meno la tollero meno la amo questa vita allora penso ma dio mio dove sei che mi hai abbandonato perché mi getti in questa disperazione lacerante io non ne voglio altri di minuti così voglio ridere voglio avere attimi in cui mi senta felice invece sento solo il nero più atroce che mi sconquassa le viscere e mi dico che soffro come il cristo in croce ma poi mi pento perché di sicuro lui ha sofferto ben di più ma allora quali sono i piani di dio per me perché mi fa soffrire così tanto io proprio non lo capisco forse mi vuole pazzo questo dio mi aiuti lei che forse dio lo conosce meglio.
Devi avere fiducia nel creatore che ogni cosa ha senso d’essere e d’esistere e forse quella donna se ne è andata per lasciare spazio ad una che se quella non se ne fosse andata non conosceresti dice e mi dico che forse ha ragione perché non potrebbe essere così? E magari sarà un amore così fulmineo che tra un anno ci si sposa e si hanno bambini belli come quello che ho incontrato al bar ma senza che un folle come me rovini il suo splendore innocente e mi dice anche che lo stesso ragionamento vale per il lavoro ma qui la teoria diventa più fragile perché io un altro lavoro anche con questo ancora sulle spalle lo avrei accettato lo stesso pur di liberarmi dalle catene d’un tesserino padrone del mio tempo ma voglio dare fiducia al creatore e al prete che mi sta rincuorando e dice anche che se sono davvero pentito dei miei peccati allora dio avrà pietà di te l’importante è che tu ti penta, che smetta di provare rancore e non pensare alla vendetta specialmente nei confronti di quella donna che sicuramente un tempo ti ha amato perciò perdonala e io mi sento pentito eccome padre ho la morte nel cuore per quello che ho fatto mi interessa solo rimediare ma ho paura di fare ancora del male ma lui dice no non lo farai se porterai cristo nel tuo cuore e io sì che lo farò padre lo farò con gioia io solo aspetto che cristo mi dia la sua luce perché ritorni sulla dritta strada allora recita quattro ave maria e sei padre nostro e io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del padre del figlio e dello spirito santo amen vai in pace.
Esco dalla chiesa. Mi sento più leggero, mi torna quasi la voglia di sorridere, di vivere! Che sciocco a pensare che la mia disperazione fosse così grande, che mi rendesse così impotente. Io voglio vivere e voglio farlo al meglio! Ora il sole mi bacia la fronte e so che è il miracolo della vita che un momento prima ti affossa e il momento dopo ti lascia sbocciare.
Cammino con fare ludico, tutto è più leggero ora e penso già al domani, al lavoro che incontrerò, alla ragazza che mi aspetta e già mi guardo intorno per vedere quale creatura sarà quella che mi regalerà la serenità. Forse quella che mi cammina incontro, bionda e con uno stacco di cosce che neanche le modelle. La guardo fisso ma non ricambia. Non è lei evidentemente, allora lei, no lei no che non mi piace, forse quest’altra o forse ma aspetta ma quella è lei e porca puttana è proprio lei cristo santo e ora cosa faccio dio trattienimi tu perché questa mi ha rovinato la vita ora finirò i miei giorni in mezzo alla strada perché questa è andata a sbattersi un altro e ora nemmeno mi nota perché per lei sono invisibile ma non io cazzo la uccido la strangolo qui in in mezzo alla strada brutta troia vieni qua le urlo e la prendo per i capelli e come cazzo ti sei permessa di farmi una cosa simile e lei mi graffia mi trancia via lembi di carne dalla faccia e comincia a tirarmi calci ma non la mollo non ti mollo mica stronza mi hai rovinato ma ti rovino anche io cosa cazzo pensavi di farla franca cristo di un giuda io ti spacco in due ma un camion alle nostre spalle non ci vede vira all’ultimo e ci manca ma il suo rimorchio è immenso si rovescia e il metallo si squarcia ci urta entrambi e noi cadiamo e mentre sono a terra lei continua a dimenarsi cazzo non mi sfuggi ti uccido io ti metto in croce quanto è vero che sei troia ma il liquido che la cisterna conteneva comincia a uscire e io sono bloccato dalle lamiere dell’inferno mentre lei vuole scappare e mi tira calci in faccia ma non ti lascio cazzo tu non mi lasci e io non ti lascio io ti porto giù a fondo con me nel baratro finché non vedrai più luce e puoi sfregiarmi quanto ti pare ma io non sento il dolore io il dolore ce l’ho dentro e diventa tutto un folle circo con urla e luci e il liquido che brucia ci brucia entrambi e dio che male ma io non la lascio la trascino con me all’inferno e l’acqua nera bolle ed è pece anzi bile che mi sommerge ora affogo ora agito le mie membra e colpisco ogni suono ogni corpo che mi tormenta lo martorio fino a sentire carne che disgrego con le dita strappo ogni speranza di questa vita e muoio.

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