Rotaie Avvelenate.

di Martin Villa

 

Martha’s wannabe sottrae latrati alcolemici sotto-sopra laghi surrogati
surgelati stimoli lungo sindromi post-nox e parafilica pianura padana
pianura avvinghiata, pianura imputridita,
pianura sapor di fogna, pianura omicida,
mentre miccie sottomettono strippati miei palpiti di gola ruvida
e scalpiti benzedrinici
sovraffollandosi furenti, come furtivi agenti psicologici sottomessi ad un autobetoniera
davanti a cattedrali di sound-system, flipper di tessuti neuronali rimbalzando
eroismi, audacia, madrepatrie, madreperla:
“sapore di terra, sapore di guerra” e son tristi novelle
tristi novelle parricide sussurrare fredda riluttanza dal mio stomaco imbelle
mentre il rullo tellurico sbatte liturgie atarassiche colme di ebrezza, fresco ascesso,
frigida ascesa sopra rotaie di una vieille epoque avvelenata e le palpebre

le palpebre, vecchio Jozef, tradite, appannate, tramortite!
Nell’arsusa violenta dell’escatologia post-atomica:
assalta e ripensa, attacca e completa
stendi rovente maieutica oh cugino, e fradicio, dammi la mano,
danziamo per lo squallido empireo che Maria,
sì, S. Maria mi ha abbandonato e la bohème all’amianto, compagno,
non riscalda più il fiato di gelidi notturlabio allo sbando:
possiam solo pigliare la mano della zingara
e rubarle scaltri quel che resta dello zaffiro della sommossa;
vertigine ritmata, decine di Kilowatt e seguono orgasmi interrotti,
seguono rimorchi,
segue noradrenalina incipiente mentre Milo salcia il fisico
all’altezza febbrile di macchie solari e scalda il corpo
come lattine marce di Finkbrau al piscio del nucleo terrestre;
entro bande aggrovigliate di cristalli,
l’anamnesi prevarica asessuate noie e ci son proprio tutti
spiragli ancestrali, carneficine rimandate a dopodomani
e picchiano forte il suolo le maglie armate di Corticella e di Pilastro,
mentre cola di sudore la racaille senza-tetto della Stazione Mazzini:
“Dai lascia un tiro!” ripenso e ritiro e mira laggiù
bimbe ravers aggrappate ad un filtro;
il mio volto non giro, scorgendo già tutti,
200 bpm, pallore europeo dentro la città di Dite, e Milo, Jozef, ElMuerto, Ju;
tutti i coyote della matassa, sospinti da languore,
il respiro si perde evanescente, accanto a me il nero-pece bitume anarco-interiore
affinché elettrodi di furore, cantici persi nel mattino di metropoli,

nebbie di edifici spenti, edifici invasi,
cuori persi, secondi di vita defibrillata, immaginari incerti e cantici ossidati
ed è certo, sì cugino è proprio certo
che i ragazzi avevano un gran da fare con quel baccanale di cemento armato
mentre il volto mio
scivolando lungo tombini, vortici e affini
sottraendosi nei contorni di metallo, poi attentati cranici per le mie vene di ladro,
disciogliendosi la pianura pulp, non decostuisco più nada:

colpi di fiato, freddo asfalto, 
petali di sangue A positivo precipitano
sulla fottuta pianura padana.

Acta est fabula
mentre soverchiatori impalcano scenografie rocambolesce
ed Hiroshima per me, Hiroshima per me, Hiroshima nell’esaurimento,
Hiroshima nel caccia-bombarda, Hiroshima nel Rojava, Hiroshima nell’arresto,
Hiroshima nelle animalesche destre, Hiroshima tra califfi, Hiroshima nel deserto

Hiroshima anfetaminiche, Hiroshima per l’isola di Lesbo, Hiroshima nel sistema tributario,
Hiroshima lungo Sagittari dentro anoressici campi di avena:
le egloghe del terzo millenio non regalano Arcadie e Maria eterna, mio Amore
mi ha abbandonato;
il timpano cede lungo le eresie di cappucci squinternati, caricati i petti,
rovesciamo conflitti verso cieli diversi, eccedenti miti, dissonanti cantieri e una nenia
una nenia ristagna nelle pieghe di coyote tormentati e alla sera
alla sera solamente crepuscolari fumogeni:
– Corre lo swing dell’endovena,
brucia il suolo, brucia il carro celeste
brucia e scotta la falsa tregua;
il mio violino, a volto svanito, la sinfonia delle mille pene orchestra:
piovono serafini carbonizzati sulle favole infrante dell’esodo
piogge di cristallo per le rive dell’esausto presente
piogge di cristallo, mentre cado, inarrestabile cado
e perdo giovani anni di cenere.-

MV

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