Le case de la Boca.

di Pellorossa

1.

Vincenzo Gambi nel 1803 partì a bordo di un vascello, il Royal Vincent alla volta del golfo del Messico per incontrare l’amico Lafitte. Le sue ultime parole da vivo furono I have a long journey to take, and must bid the company farewell e poi se lo prese il mare.

Gli italiani nel quartiere Boca, 120 anni dopo, dovettero sopportare le angherie e le ostilità dei gruppi autoctoni, si cominciarono a costruire delle case, erano abili muratori. Erano pure abili imbianchini, ma la gente del posto mise giù la protesta delle vernici e così il manipolo di italiani che lavoravano nelle industrie delle vernici portava ogni giorno a casa i resti che raccattava in giro. Non importava il colore, rosa, pesca, azzurro, giallo. Non importava il colore della casa. Difatti dipinsero le suddette un po’ come capitava. E per entrare non avevano bisogno di bussare. Ognuno era libero di entrare un po’ come voleva.

2.

Fuori dalla porta di casa sento abbaiare un cane, lo sento benissimo. Alterna guaiti a ringhiate, e utilizza le zampe anteriori per issarsi e bussare. Sono sceso, come ogni mattina, a controllare se è arrivata la posta, le bollette. Mi è venuta, nell’ultimo periodo, l’ansia da pagamenti, da avvisi di convocazione, da cartelle esattoriali, da rate. Mio padre mi ha sempre detto, non arrenderti al sistema della rateizzazione, è un fenomeno ora in voga, ma andrà male. Non arrenderti, figliuolo, del tuo futuro ne va!

Ed allora sono davanti alla cassetta delle lettere, il cane continua a sgolarsi, è nero, e sembra ora voglia strisciare sotto il pertugio per raggiungermi. Ma non ce la fa e rimane incastrato. Lo ammonisco per la poca cautela. Nella cassetta delle lettere lo intravedo che c’è una lettera e mi convinco, ne son sicuro che è un sollecito di pagamento. Mi frugo nelle tasche dei pantaloni, del gilet, nel cappuccio, nel taschino portamonete, ma niente. Non trovo la chiave per aprire la cassetta delle lettere.

Mia madre diceva di non rimandare a domani quello che puoi fare oggi, quindi mi armo di buona volontà e con un legnetto cerco di forzare la piccola ma resistente serratura. Niente. Il cane ancora per metà nel pertugio cerca di afferrarmi il piede. La sua zampa è calda e soffice pure se la scosto e mi rimetto a lavorare. Niente. Il cane adesso mi guarda e, lo so, che vorrebbe dirmi. Ho deciso di scendere tre piani alle 7 del mattino, forse ho un sollecito (sicuro) di pagamento nella cassetta delle lettere, che non riesco ad aprire. Mi vorrebbe dire che per ogni minuto che perdo aumenta la morosità all’interno di quella busta, questo direbbe, impegnandosi. Io risponderei laconico e sfrontato che il vero problema sono i 3 piani di scale alle 7 del mattino.

Mia nonna mi diceva sempre io non faccio le scale che sono vecchia oramai, falle tu al posto mio, figliuolo.

Quindi piglio coraggio risalgo i 3 piani e convengo tra me e me che dopo un caffè tra le quattro mura, con sensatezza avrei preso una pinza e disarcionato la cassetta delle lettere. E quindi su per le scale, al primo pianerottolo, poi rampa, secondo pianerottolo, ed alla fine ci siamo. Un’altra serratura. Frugo nei pantaloni, gilet, cappuccio, nel taschino portamonete. Mannaggia, ho dimenticato le chiavi dentro, concludo. Sento aprire la porta del piano superiore. La dottoranda! Non è proprio il momento per la socialità della dottoranda del piano di sopra. Decido di precipitarmi nuovamente giù e prendo la rampa a velocità riprovevole. Ma la dottoranda mi segue, è orario d’ufficio e sarà in ritardo. Va bene, scendo, esco fuori, aspetto che lo faccia pure la dottoranda, poi rientro. E risolvo la questione sollecito. Arrivato a livello terra chi mi ci ritrovo davanti? Il cane nero! Mannaggia, ci sta il cane incastrato. Mi viene in mente di nascondermi nella corte interna del palazzo dietro le biciclette e mi metto ad ascoltare i movimenti della dottoranda. Passa un minuto e nulla. Al decimo decido di uscire e mi accorgo che, dopo aver parlato con la mia dirimpettaia, se ne è tornata su a stilare un progetto di crowdfunding per realizzare un documentario, che fa curriculum, sulla diminuzione della popolazione delle api, a Bedonia.

Rientra in casa perché dalla dirimpettaia voleva andare, e voleva andarci solo per farsi regalare la camomilla, per rilassarsi.

Bene, meglio così. Mi tiro fuori dal nascondiglio delle bici, ritorno alla cassetta delle lettere, guardo il cane, lui mi guarda, gli dico di lasciarmi in pace. Arriva il padrone che cerca di stanarlo e toglierlo da quella scomoda posizione. Ad un certo punto domanda: “c’è qualcuno per caso?”. Resto muto.

“Puoi aiutarmi, a tirare fuori il mio cane?”. Nessuna risposta anche se cerco d’aiutare il buon uomo. Ma quando provo ad avvicinarmi la bestiaccia abbaia come un disperato e cerca di mozzicarmi. Con una zampa per poco non mi fa saltare un dito. Ma resto fortunatamente muto nel dolore.

D’un tratto lascio la questione casa e ritorno alla cassetta delle lettere, cominciò a strattonarla con tutte le mie forze, tiro verso di me, energicamente, sento i giramenti per lo sforzo. Da piccolo con il mio amico Luca Papadia ci sforzavamo appositamente per farci venire i giramenti. Era un modo per sentirsi fatti ed allegri. Comunque sottovalutando l’applicazione della forza il cane rimane lì ma la cassetta vien giù, vengono giù tutte le cassette di tutti i condomini. Una montagna di cassette, un fiume, che per poco non mi travolge. Ma, la mia di cassetta, non si è mica aperta. Così abbiamo un cane incastrato che continua a cercare di ferirmi, un blocco unico di cassette cadute, una cassetta bloccata, una porta inaccessibile (quella per uscire, per colpa del cane), una porta chiusa (al terzo piano, per farmi il caffè) e il nascondiglio delle bici scoperto e in disordine.

Eccolo, immancabile squilla il cellulare e mi viene anche di rispondere.

-Ei , ciao! Come va?

-Bene..

-Beneee? Grande, anche io bene.

-Senti devo parlarti di una cosa importante, devo parlarti di NOI

-Scusami però sono impegnato. Sono.. ho da fare.. sono con il commercialista, cose burocratiche, è una giornatina guarda, mica se ne esce, l’ufficio delle entrate, l’autorità di vigilanza, il consorzio consumatori..poi il commercialista. La maledetta burocrazia, lo sai no? Ma ti richiamo appena finisco eh, scusami! Poi è tardi , mi chiami sempre tardi, potevi chiamarmi prima.

-Quando ti chiamo, te ti arrabbi sempre. Dici sempre che son le due e mezza di notte.

E riaggancia.

In mancanza di caffeina, ammetto che crollo, mi si abbassa la pressione e perdo le staffe. Vado nel nascondiglio delle biciclette, mi congedo dalla scena e mi metto a ragionare a mente fredda.

Ma la stramaledetta di dirimpettaia butta un secchio d’acqua sporca e detersivo nella corte, e mi prende in pieno, proprio mentre pensavo. Rimango muto per non affrontare i convenevoli di scusami, ma che ci fai lì, nascosto, rubi le bici, attento alle bici, attento a non scivolare, ecc.

Il padrone del cane intanto ha radunato con le sue insensate richieste d’aiuto una piccola folla che animatamente discute sui metodi più sicuri per estrarre il cane dal pertugio.

Il cane sembra comportarsi come un dentifricio. Non riesce più a tornare indietro e pende per metà verso di me, che ora sì, che perdo le staffe prendo un lavabo in pietra dalla corte e corro a scaraventarlo contro la mia cazzo di cassetta delle lettere, che a sto giro, si rompe, e conseguentemente si apre.

Ho il sollecito in mano, finalmente, lo apro, non badando all’integrità della busta, nel senso che la apro un po’ a caso in preda all’euforia. Estraggo il contenuto, che poi è il mio destino in euro.

Bottega verde! Catalogo promozionale!

Tutta questa fatica per il catalogo promozionale di bottega verde! Controllo meglio nella cassetta delle lettere andata in frantumi, scosto i cocci di pietra, ma niente, non c’è altro.

Mi guardo intorno, ma niente. Cerco il numero e la richiamo. Risponde ma la folla fuori si è fatta così rumorosa ed accesa, che non sento lei. Lei sente me che dico qualcosa a proposito della rateizzazione della tv. Le parlo di quando per andarla a trovare mettevo un’asse con dei pesi da 15kg alle estremità, un’asse da pianerottolo a pianerottolo attraversavo la corte e, gattonando, la raggiungevo. E lei rideva, rideva moltissimo.

Oggi, prima di chiudere, mi augura buona giornata.

Mi si spegne il cellulare, batteria scarica. Ed ora che faccio, il nascondiglio delle bici è inutilizzabile, il caffè, nessuna chiave alternativa. Apro l’anta del contatore dell’acqua e la stacco a tutto il condominio. Vado a farmi mordere il dito dal cane per creare il giusto alibi. E proprio in quel momento, il cane, si protende verso la cassetta delle lettere, guaisce e muore, soffocato nel pertugio. La folla lo disincastra perché da morto non apponeva più resistenza. Mi prendono nuovamente i giramenti di testa, alzo gli occhi e vedo l’asse ancora lì, da pianerottolo a pianerottolo. La corte dipinta metà rosa e metà pesca. Mi siedo di fianco al cassonetto comune ed aspetto il camion della differenziata. E’ il giorno della carta, sono le 8.30 del mattino, e mi pare di convincermi, che a mio modo, pure io ho finito di essere incastrato. Mi alzo e vado a ringraziare il cane sprecando una lacrima nel tragitto.

3.

Approfittare che il pruneto si diradi, che ci siano dieci metri in cui è quasi prato, un vuoto che si può attraversare rotolando su un fianco, le vecchie tecniche, voltolarsi e voltolarsi fino a raggiungere un altro pascolo folto, alzare bruscamente la testa per dare un rapido sguardo tutt’intorno e nascondersi di nuovo, la piccola luce del rancho e le sagome che si muovono, il riflesso istantaneo di un fucile, la voce di quello che grida gli ordini, la sparatoria contro il carro e le urla e strilla nel pruneto.

Il Papadia non guarda di fianco né indietro, lì c’è solamente silenzio, ci sono Maria e Antonio morti o che forse come lui scivolano ancora in mezzo ai rovi e cercano riparo, facendosi largo con l’ariete del proprio corpo, bruciandosi la faccia con le spine, cieche e insanguinate talpe che si allontanano dai ratti, perché adesso sì sono ratti, il Papadia li vede prima di immergersi di novo nel pruneto, dal carro giungono gli squittii, sempre più rabbiosi ma gli altri ratti non sono lì, gli altri ratti sbarrano il passo tra il pruneto e il rancho, e malgrado la luce sia ancora accesa nel rancho, il Papadia sa già che i ratti lo stanno aspettando tra il rancho e il carro, scaricando una raffica dietro l’altra, comandando e obbedendo e sparando adesso che oramai non ha più senso arrivare al rancho, e tuttavia un altro metro, un altro rotolone che gli riempie le mani di spine roventi, la testa che emerge per guardare, per vedere Guglielmo, sapere che chi grida le istruzioni è Guglielmo e tutti gli altri sono Guglielmo e avviarsi e sparare l’inutile scarica di pallini contro Guglielmo, che bruscamente si gira verso di lui e si copre il volto con le mani e cade all’indietro, raggiunto dai pallini che gli sono arrivati negli occhi, gli hanno fatto esplodere la bocca, e il Papadia che spara l’altra cartuccia contro quello che volta la mitragliatrice verso di lui e il botto dello schioppo soffocato dal crepitare della raffica, i pruni schiacciati dal peso del Papadia che cade bocconi tra le spine che gli si conficcano nella faccia, negli occhi aperti.

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