Il Diluvio.

di Carmine Frau

ƒ

Dall’ultimo disastro naturale la città non sembra essersi ripresa. Attraversiamo l’avenue a piedi. L’acqua ormai non c’è più. Potabile, o meno, s’intende.

Si capisce dalla polvere che ha ricoperto l’asfalto dove poche settimane fa c’era fango e sangue, i mitra dell’esercito sparavano contro gli sciacalli eccetera. Ora è pochissima, la gente che potresti incontrare se facessi la nostra stessa strada. Cammino poco lontano da un volantino delle primarie sporcato dall’orma di un grosso stivale. C’è una carcassa verdastra poco fuori dal panificio. Ha il collo tranciato di netto ma il capo è ancora attaccato al resto del corpo. I mosconi passeggiano sulle ferite.

il pane lo facevano buono, là – dice Eugene arricciandosi un baffo. Sputacchia con un sonoro “ntz” qualcosa che gli era rimasta incastrata fra i denti.

Il saccheggio è praticamente già finito da tempo.

Siamo scappati da casa perché avevamo finito le ultime scorte dell’acqua, e la cosa si stava facendo pericolosa, e malsana, soprattutto dopo che Eugene ha scoperto, rientrando dal saccheggio del secondo, o del terzo giorno, che l’intera famiglia del piano terra (tre bimbi e una coppia di mezz’età) aveva cominciato a puzzare, se capite cosa intendo.

Due persone hanno girato l’angolo dalla Rue de la Concordia. Un vecchio naufragio che divenne orgoglio nazionale. Vai a capirli.

La luce del sole di questo autunno disastroso ingiallisce e nobilita i capelli lerci del più alto. Un colore come di impressionisti si posa sui bordi dei loro abiti impolverati. Alle loro spalle c’è l’orizzonte – fracassato dai palazzi vuoti, pieni zeppi di persone che dovranno morire, o tutt’al più già cadaveri – verso il quale noi andiamo in questa fuga che vattelappesca, io non ci credo più di tanto, e loro ci vengono incontro.

Nessuno dei due gruppi cambia il comportamento che aveva prima dell’avvistamento. È un buon segno, penso.

La strada, o quel che di polveroso e rotto ne resta, si restringe sotto i nostri e i loro passi. Soltanto, Eugene si è avvicinato a me, e ora camminiamo perfettamente sincronizzati uno di fianco all’altro. Mancano venti, venticinque metri quando, per l’incauta camminata di uno dei due, una saetta folgorante esplode in un rumore e in una luce più bianchi del sole là in fondo. Una piccola striscia danzante di fumo si alza dal tombino su cui il corpo del biondo si è posato senza grazia, come un sacco di sabbia lanciato da un camion. L’amico sbigottito si china, ma è più intelligente ed evita di toccarlo.

Porta le mani tra i capelli.

Nel momento in cui la nostra camminata ci permette di incrociare quel cumulo di carne arrostita, Eugene sputacchia per terra, dall’altro lato, poi guarda il giovane.

– ha calpestato quel cavo, fottuta sfiga. Fottuta merda di una sfiga.

Il giovane ancora vivo si gira appena, immerso nell’odore di pelle e capelli bruciati, gli leggo negli occhi il caos più sgomento, e riguarda l’amico fumante.

Camminiamo oltre.

Il negozio di alimentari all’angolo sulla sinistra aveva clienti niente male, ai tempi. Ci andavano le signore pensionate, quelle che potevano permettersi le prime scelte. Noi facevamo la spesa al discount. Quando ancora studiavamo all’università, io e Eugene ci abbiamo lavorato come commessi, alla metà della paga di un operaio metalmeccanico, part time, s’intende. Sempre meglio di un call centre. Le scarpe anti-infortunistiche te le dovevi comprare tu, ma ti davano la divisa con i colori del logo, verde e bianco, e ci stava che qualche volta potevamo fregare un tronky un mars senza essere cacciati.

La prima cliente che ho avuto il piacere di servire è stata una vecchia cui faceva schifo bere l’acqua del rubinetto – doveva essere sicuramente così – vista la quantità di casse d’acqua minerale che mi fece portare nell’appartamento duecento metri più in là, al piano terra.

Non appena lo incrociamo do una sbirciatina dalla finestra.

Una poltrona è rovesciata, per terra. Il televisore a schermo piatto è ancora là, si vede l’impronta di una mano, nella polvere, e la scritta LAVAMI TROIA, fatta con un dito. La credenza di legno antico è invece rovesciata per terra, sotto di essa un bel casino di piatti rotti, e una mano bianca bianca, come la luna di notte, quando sei innamorato e di fuori il cielo è pulito e scuro.

c’è una mano – dico a Eugene, che nel frattempo è quasi arrivato al 313 dell’avenue.

ntz! – si stuzzica i denti con la lingua, ad alta voce, con le mani in tasca e i baffi verso su.

Al numero 314 decidiamo di girare a destra, prendiamo la via della resurrezione, e già i colori delle case si fanno diversi, più scuri e corrosi dall’ombra quelli alla nostra sinistra, chiari e acquerellati quelli a destra.

In capo a duecento, duecentotrenta metri c’è un po’ di movimento, all’altezza della piazza di cui non ricordo il nome. Sentiamo schiamazzi e risate, e personalmente, temo che provengano da una delle bande di disperati che si sono formate per razziare meglio. La legge della natura, probabilmente.

O forse era la società, e la natura non c’entrava niente.

– Fottuta sfiga, saranno bande?

– Purificazione, si chiamava così la piazza– replica Eugene.

Camminiamo stando bene attenti a dove mettere i piedi, finché lo spettacolo di quelle genti si fa lievemente più chiaro. Gambe esili, nude fino all’inguine, mutande bianche infradiciate e ormai trasparenti, schiene bianche. Sono tutti ragazzi e ragazze, al massimo trentenni. Urlano e ridono, ci sono delle scatole di vino, posate sopra degli abiti sporchi. Alcune sono ancora rettangolari, altre sono schiacciate, vuote. Uno dei più alti di loro si fa una grossa curva di corsa, saltellando a piedi nudi sull’asfalto polveroso, e ci guarda per un istante solo, ancora preso dalla sua corsa a semicerchio, finché non ci porge di nuovo le spalle. Si ferma.

Piedi uniti.

Allunga le lunghissime braccia ingrossando i muscoli deltoidi. Adesso è un missile affusolato che tende verso il cielo, con il sole che ne illumina tutto il lato sinistro. È tutto teso verso lo spazio, pare quasi debba partire per colonizzare un pianeta lontano e salvarci tutti da questo qui, ormai compromesso dalle nostre cazzate.

Esita un istante, poi si contrae, come a prendere lo slancio, e infine salta.

Mira al cielo, il ragazzo, allo spazio lontano.

In un istante perde tutta la sua perfezione di missile.

Le gambe pedalano l’aria e un ridolino squarcia il silenzio. Vola nell’aria, il ragazzo, e poi scende giù, verso la terra, verso quell’asfalto di merda, tutto sporco e sconnesso.

Vola verso il basso e infine sparisce, come inghiottito da quella terra di bitume e polvere e vattelappesca cosa. Un buco nero.

Sparisce.

Eugene ha le mani in tasca e sta fermo sui suoi piedi, io sento una forza incontrastabile, la curiosità, lo sgomento, forse, impossessarsi delle mie gambe.

E allora comincio a correre.

Raggiungo quel buco e lo vedo, anzi, li vedo, che se ne stanno dentro una immenso cratere-piscina pieno zeppo di tutta l’acqua piovana che ha distrutto questa città.

Saranno cento, centocinquanta persone che nuotano e ridono e si schizzano.

Un gruppetto di ragazze si alliscia i capelli. Uno mette sott’acqua la testa piena di capelli rossi di un altro. Ridono e si fanno il bagno.

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