Il nostro inverno tra le Mura.

di Avtomat

 

Bologna – Aprile 2015

Mai ho temuto
l’eco di un silenzio.
Sempre ho fuggito
il muto orrore del non detto.
Attorno a me si è sempre stesa
una calca di parole,
dai piedi alla mia gola una catena:
frasi fatte per dar voce
ai singhiozzi del cattivo vino,
ai guaiti di qualche ragazzina,
all’esplodere di specchi
dal rombare di quest’Io.

Quattro notti,
cinque giorni,
le narici indolenzite,
le mie mani sul tuo grembo,
tu sopra di me,
io fuori di me.
Un paradiso per conigli.

Ma cos’è questo silenzio,
che divide,
taglia in due e non ricuce?
Ti mentirei, mia cara,
se dicessi
che mi è del tutto sconosciuto,
laddove la primavera mi veniva sequestrata
e nel freddo del mio inverno
cercavo una madre,
sciogliendo
le quattro pareti vuote del mio cranio
in un dolore muto, che
mia dolce, tenera metà
mutilata dai rimproveri
nessuno ce ne ha spiegato
né il volto,
né il nome.

Siamo in due, eppure
temo l’eco del silenzio.
Ma ora affronto l’orrore del non detto,
per affogare le mie braccia
nel tuo abisso
ancora
ancora
e non trovarti,
mai.

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