Notturno.

di Carmine Frau

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Cerco di sfilare una scheggia di legno di mezzo centimetro da sotto l’unghia, ma è difficile vedere in questa quasi totale oscurità.

Ci sono tre tipi di percezioni fisiche, dove siamo questa notte, io ed Eugene.

Lui, che per conformazione è uno spilungone, si trova decisamente peggio di me.

La prima percezione è quella del buio. Non c’è un minimo punto di riferimento che non sia la luna gialla sopra la nostra testa, un po’ defilata e smorzata dalla nebbia, e i disegni delle stelle sole e sconosciute, riflessi sulla superficie di questo pavimento di petrolio nero e sottile. Due giorni fa, era quasi mezzogiorno, abbiamo visto per l’ultima volta le fronde verdi sfumare verso il nostro passato, confuse da miopia e distanza, legate alla sabbia e alla roccia con le quali convivono da millenni, carattere che abbiamo diabolicamente imitato ma mai in modo adeguato.

La seconda percezione è quella dei suoni che investono, secondo dopo secondo, il nostro nuovo ambiente. Il gorgoglio dell’acqua sotto di noi è calmo, rilassato, e mi ricorda antiche serate spese a guardare le pietre del molo e la linea di mare che le solleticava ritmicamente.

Poco dopo il tramonto e qualche istante prima che la luce della luna ci impallidisse i tratti del viso, il suono del mare è parso immergersi in un silenzio universale. In un certo senso precedente all’umanità e, probabilmente, successivo a essa: è in questo silenzio che ti rendi conto di quanto sia sciocca, e insieme talmente necessaria l’idea del divino. La fioca luce ha riportato il brusio. Dapprima senti timidi respiri, sostituiti poi da sbuffi di fatica e via discorrendo, fino alle più varie imprecazioni o preghiere. Qualcuno defeca in acqua. Eugene si arriccia i baffi, non c’è tanto altro da fare, e rivolge qualche parola alla persona che gli siede accanto. L’umidità risale dall’acqua. Punge la carne ed è ghiacciata dalla notte. La maggior parte di loro si lamenta, alcuni cercano di dormire.

La terza percezione è tattile. Un perpetuo e sfiancante bombardamento di contatti e sfioramenti e spinte e gomitate eccetera. Alla partenza non ci avrei mai creduto che questa chiatta instabile e logorata dalla ruggine potesse contenere così tante persone. Un avambraccio liscio, senza peli, continua a conficcarsi nel mio rene destro, mentre a sinistra sono quasi certo di essere incastrato a un uomo, seduto di spalle. Se muovo il braccio sinistro, posso sentire ogni sua vertebra.

Al momento dell’imbarco, la calca si fece ansiosa, panico. Il passaggio che collegava la chiatta al mondo era angusto e aveva delle pareti molto strette e alte, quasi storpie, ma è possibile che la paura abbia contribuito all’illusione infernale. La nostra passerella, lenta, buia e faticosa, è stata tutta uno schiacciare, superare, mordere e bestemmiare ed essere umani. Eugene si piantò davanti a me, alto come nessuno, e io seguivo il suo collo ornato da una collana di idoli di legno nero e piume blu d’oca.

A un certo punto, la fitta lotta di sfregamenti e alito divenne tale che non fu più possibile avanzare. Il nostro responsabile si è dato parecchio da fare per sbrogliare quell’intestino di mani e ginocchia e teste schiacciate e guance e labbra umide. Alla mia destra, immediatamente prima dell’apertura, alla fine della passerella, una donna fece un movimento innaturale. La sua linea, un attimo prima dritta, anche se compressa alla parete, subito dopo si è arcuata intorno al proprio bacino. Una pedata ben assestata da qualche militaresco Caronte le ha fracassato la schiena e il colpo di frusta le ha fatto scivolare dapprima verso avanti i capelli, per poi riportarli con violenza indietro, come fossero risucchiati dal proprio passato. Fa così quello, mi ha detto Eugene, quando vuoi sfuggirgli, il passato ti acchiappa i capelli e bonne nuit, ha detto proprio così, in francese, facendo un gesto di congedo, volutamente ridicolo, roteando la mano davanti alla fronte lievemente inchinata.

Cerco di levare la scheggia da sotto l’unghia, perché mi infastidisce e me l’immagino come un palo immenso che mi trafigge le viscere. Cerco di mettere la mano sotto la luce, ma è troppa la gente da spostare, superare, pestare, comprimere, massaggiare, spappolare. Perdo completamente la sensibilità alle gambe, e provo a cambiare posizione. Un ginocchio (davvero non capisco quale) è incastrato perfettamente allo sterno di una donna. Non indossa il reggiseno e si capisce. Quando ci dissero di portare lo stretto necessario, è stato un bel dilemma. Come puoi sapere cosa è davvero necessario?

Come se si potesse portare appresso un ricordo, o il profumo di qualcuno.Io ho preso il mio telefono, e un vecchio volume sbiadito tanto tempo fa. Due scelte ovviamente sciocche. L’avevo preso il giorno prima dell’imbarco. Non avevo la speranza di leggerlo, sia chiaro. Avevo molta paura di dimenticare, o di essere dimenticato, ecco tutto.

Qualcuno piange. È un pianto giovane, si capisce dal singhiozzare. Eugene mi chiede: «hai mica visto il diavolo, questi giorni?»

Non so cosa rispondergli. Penso alle coste straniere che ci accoglieranno alla termine di questa fuga. Penso all’oppressione e agli eserciti: cose così ordinate stridono completamente con questa situazione ingarbugliata di arti e organi eccetera. La piccola chiatta arrugginita scricchiola sull’acqua, ricolma di carne senza nome. Guardo in alto e vedo il cielo squarciarsi, con le stelle al suo interno luminose e lontane, piantate là da chi sa quanto tempo, distanti le une dalle altre da quantità infinite di ignaro spazio vuoto.

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