Pausa pranzo.

di Alessandra Piccolo

Era in ritardo.

Correva sulla tangenziale coi finestrini abbassati per non arrivare sudata all’appuntamento. Si era fatta spiegare la strada da Nico, l’aveva memorizzata perché non voleva avere cartine da consultare o la voce irritante del navigatore che l’agitava anche di più. Non aveva mai avuto un gran senso dell’orientamento ed era sempre nervosa quando percorreva per la prima volta una strada.

La sua più grande paura era perdersi.

Aveva solo un’ora per convincere quel tipo del suo talento e non poteva lasciare il culo su quell’auto un minuto di più.

Arrivò al Cafè, uscì dall’auto e prese il cellulare per chiamarlo.

Dopo un paio di squilli individuò un uomo brizzolato con una valigetta rispondere al telefono. Esitò un momento prima di attraversare la strada.

– Pronto, –

– Sì buongiorno, sono arrivata,-

– Sì ciao, ti sto aspettando davanti al bar,-

Era lui e poteva avere circa cinquant’anni. Mentre attraversava la strada iniziarono a sudarle le mani, le asciugò vistosamente sui jeans prima di dargli la mano.

– Piacere di conoscerti Anna,- il sorriso ampio scoprì denti bianchissimi in contrasto con la carnagione scura. La mano di Anna quasi scomparve dentro la sua, riuscì appena a sorridere mentre già pensava a cosa si sarebbero detti.

Entrarono nel Cafè, lui dietro di lei con una mano le aprì la porta e con l’altra le sfiorò la schiena.

– Hai già mangiato ?- le domandò davanti alla barista che li stava a guardare da dietro il bancone.

– Prendo solo un bicchiere d’acqua con limone, grazie.-

– Come vuoi, per me un’insalata cara,-

La ragazza rispose con un cenno del capo e uno sguardo d’intesa.

Anna sorrise tra sé e sé.

Si sedettero in una sala appartata, lontano dal via vai del mezzogiorno.

– Insolite pareti per un cafè diurno. – disse

– In effetti è cambiata gestione da poco, prima era un locale serale, – disse lui guardandosi attorno.

Forse aveva meno di cinquant’anni. Era molto serio e le labbra carnose erano tese in un broncio. Serrò le mandibole evidenziando la mascella importante. Era molto curato.

– Allora, – disse – parlami di te cara Anna,- si sporse in avanti sorridendo con i piccoli occhi neri. Lei arrossì. Lui si sentì lusingato e pensò di avere terreno abbastanza fertile per i suoi scopi.

La guardò meglio mentre lei cominciò a raccontare del suo talento precoce e bla bla bla, aveva grossi seni tondi, era giovane e immaginò il suo corpo sodo mentre.

– Ecco l’insalata Carlo, e l’acqua per la signorina,- la cameriera li osservò a lungo.

– Grazie cara, ora puoi andare, – disse lui

Non c’era molto tempo, doveva rischiare, ed era bastato uno sguardo un po’ più intenso per farla arrossire.

Era il tipo tre.

Il tipo tre era il tipo di donna sensibile e un po’ timida, emotiva e intelligente. Le aveva catalogate lui, le donne, in base ai racconti dei suoi colleghi. Lavorare per la televisione nazionale aveva alimentato la sua naturale inclinazione per il sesso altrui. Non ne praticava molto, non era portato fisicamente diciamo. Ma era un ottimo estimatore.

Il tipo tre non era poi tanto male. E’ il migliore che ti possa capitare a letto o per questioni simili. Si lasciano andare più di tutte le altre. Fanno tutto.

Pensava a questo Carlo mentre Anna beveva acqua minerale e parlava della sua arte.

Sono tutti uguali gli artisti, non la smettono mai di pensare che tutto giri attorno a loro, gli fai una qualsiasi domanda sul loro mestiere e attaccano a parlare fino a quando non hanno finito di bere. Era strano però che bevesse acqua quella Anna. E poi a guardarla bene era pure un po’ trasandata. Le sopracciglia non erano disegnate, era truccata poco e male, i capelli non erano stati lavati quel giorno, lo capiva dall’onda che assumevano all’altezza delle spalle. Probabilmente li aveva legati in auto.

Mangiò l’insalata fingendo di ascoltarla, aspettò che finisse l’acqua, e poi il limone. Gli venne duro osservando l’avidità della sua bocca aprirsi per succhiarlo.

– Vado in bagno, – Anna si alzò consapevole di aver perso il suo tempo. Lo aveva visto come la guardava. Un volgare uomo come tanti, belloccio, stupido e magari pure impotente.

Era trasandata certo, ma i jeans evidenziavano un sedere tondo e pieno, la vita era stretta come piaceva a lui e quelle tette voleva vederle senza maglietta. Una pessima maglietta marrone scolorita dai troppi lavaggi. Decise che era un sì. Guardò il suo Rolex, aveva ancora tre quarti d’ora.

Anna tornò e prese la borsetta appoggiata alla sedia affianco senza sedersi.

– Bene, – disse risoluta, – penso di averle detto tutto su di me, i miei contatti li ha se questo suo conoscente è interessato alla mia raccolta.-

– Certo. Peccato che sei così di fretta, altrimenti potevamo andare adesso da lui, ho ancora una buona mezz’ora di tempo, – si sistemò l’orologio fingendo di guardare l’ora, poi alzò il viso su di lei cercando di carpire una qualche esitazione. Il suo volto era limpido, quasi impossibile da sporcare. Pensò di lasciare perdere.

– A dire il vero mi ero portata qualcosa da lasciarle, oltre alle poesie che le avevo già inviato. E’ roba nuova questa, sperimentale. Per questo ho evitato di farle vedere prima, –

– Puoi anche darmi del tu Anna, non sono poi così vecchio, –

– Certo. Se abbiamo ancora mezz’ora allora vorrei farvele leggere. A te e a quel tuo amico.-

– Dai su andiamo, facciamo presto,-

Era pur sempre una ragazza di almeno vent’anni più giovane di lui e un corpo di quell’età è quasi sempre un bel corpo, in fondo i vestiti se li sarebbe tolti subito.

Cambiò di nuovo idea, quelle tette meritavano di essere apprezzate da un intenditore come lui.

L’aveva aspettata dentro al suo Suv color antracite coi sedili in pelle bianchi, aveva anche iniziato a piovere e la maglietta le si era bagnata entrando in auto a prendere tutte quelle cartacce scarabocchiate. Una così meritava di essere fregata, una sognatrice ha bisogno di scontrarsi con le bassezze del mondo, era sicuro di farle un grosso favore in fondo.

Le sarebbe servito in futuro.

La stanza era al quinto piano di un palazzo poco distante dal Cafè, aveva un letto a due piazze con lenzuola sempre pulite di seta bianca. C’era una grande scrivania di abete scuro vicino alla finestra, un tappeto orientale e alle pareti arazzi thailandesi di scene quotidiane di vita. C’erano un divano, una poltrona in pelle nera e molti specchi.

– Accomodati dove vuoi, – disse lanciando la valigetta sul divano – io mi faccio un goccio.

Da un cassetto della scrivania tirò fuori una bottiglia di Jack e se ne scolò un po’.

– Mi spiace non ho bicchieri, ma penso che tanto tu non ne voglia. – disse facendo un altro sorso.

Anna era ancora in piedi vicino alla porta, guardava il letto.

– Ehi che fai, ti sei incantata? – rise – vieni avanti mica ti mangio, non abbiamo molto tempo.-

– Magari un sorso me lo faccio.-

Avanzò lentamente ascoltando i suoi passi sul linoleum lucido, appoggiò la borsa e il plico di fogli sulla scrivania e prendendogli la bottiglia dalle mani bevve. Tossì, si asciugò la bocca con il dorso della mano sbattendo con l’altra sul tavolo.

– Ecco, – disse fissandolo seria – ora chiamiamo il tuo amico, avanti.-

Lui ancora con la bottiglia a mezz’aria la guardava a bocca aperta. Pensò che forse non era il tipo tre ma il tipo due.

Già.

Il tipo che sembra quello che non è.

Sarebbe stato forse solo un po’ più pericoloso perché la ragazza era imprevedibile, ma c’era anche la possibilità che questo avrebbe reso le cose più facili. Più divertenti.

– Ok, – fece un passo indietro – ehi, dove hai lasciato la tua gemella? – rise da solo.

– Forse avrei dovuto far venire anche il mio amico Nico. Ti sarebbe piaciuto, credo.-

– Come scusa? – prese il cellulare dalla valigetta pestando i tasti con foga.

– No niente, pensavo ad alta voce. Forse ho capito male,- disse sedendosi sulla poltrona e accavallando le gambe.

– Capita anche a me ogni tanto.-

– Non hai una televisione, che strano. Però hai un sacco di specchi eh,-

– Ti sbagli piccola, c’è una televisione.-

– Ah sì? –

– Sì.-

La pioggia aveva iniziato a sbattere contro i vetri rumorosamente, si voltarono entrambi a guardare l’ampio finestrone.

– Posso leggerti le mie poesie. – disse Anna allargando gli occhi.

– Direi che possiamo iniziare a scaldarci anche senza il mio amico. Arriverà a momenti.-

Anna si alzò e prese il primo foglio dal suo plico.

Tu sei colui che disprezzo.

La fame che soddisfa i bulimici, la sete dell’ubriaco.

Una tortora giace in mezzo alle viole e mosche ingorde le scavano gli occhi, le sue piume soffiate via da un vento estivo non comprendono la fine, la sorvolano.

Il falco vola in mezzo ai passeri sentendosi un Dio.

L’abominio è nascosto dietro a un’adulazione.

Un fiume scorre tra lattine e bottiglie di tè al limone, degli alberi distratti sussurrano promesse tutto intorno e il fiume scorre scendendo a valle.

Tu.

La cravatta che stringe il collo, la camicia coi polsi allacciati, le rughe sulla fronte, le parole sbragate.

Tu sei una cosa sola.

Io sono il falco, il fiume, la piuma. E qualcosa che ha a che fare con l’universo.

Sollevò gli occhi e vide Carlo sbiadito come un miraggio, se li strofinò posando il foglio.

– Ora tocca a te scaldarti, io me ne torno a casa. –

Sull’ascensore pensò di aver fatto un buon lavoro, sorrise e uscendo incrociò un tipo sulla cinquantina che la squadrò dalla testa ai piedi.

 

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