Plastica notturna.

di Pellorossa

ν

– Non ci sono idee generali. – mi disse.

Nella stanza si diffuse un forte odore di fresco, faceva un freddo cane.. La vista della faccia bruta con cui produsse il suono di quelle parole aveva provocato fra i presenti un senso di snaturamento e una perdita di tattilità. Nessuno aveva voglia di parlare e nei lineamenti dei visi i solchi divennero importanti. In più con poco da bere, rimaneva il fumo denso che poi si alzava sulle nostre teste. La mia di testa, pesante come il piombo utilizzava se stessa per far leva sul resto del corpo. Mi sentivo intorpidito e confuso. La sua faccia non si dissociava da quell’espressione e alla luce di una lampada con una maglia infilata su, le ali delle gambe le si allargarono sulla parete distante, facendo prendere forma a quel branco di cani.

Mi sembrava ridesse, come fanno i vecchi, senza mostrare i denti.

Macomber era uno di quei francofili che si appassionano alla cultura centramericana, che ascoltano Chet Baker, e innalzano alla trionfalità sessuata di Miller e Cummings, per poi dissertare le buone ore sui cambiamenti climatici e sul debito accumulato nei confronti del creato. Era uno di quelli che ci credeva all’iconografia e senonché in quello stato dio era una parola di plastica o un albero, che cadeva lontano da noi.

– La perforazione del cielo come limite ultimo mi sembra la chiave motivatrice del progresso occidentale – dissi.

 E cosa dovrebbe esserci di malvagio – rispose a bassa voce, quasi parlando alle proprie falangi, con tono inconsistente.

– Vuole dire che il determinismo è un movimento che si prodiga in linea verticale, dal basso verso l’altro, ed implica l’azzardo, il moto inerziale, e quindi raggiunto un picco energetico la caduta. Perciò è l’intentato, per prendere a prestito la scatola esistenzialista.

Si tirò su i capelli e con un elastico suggellò una coda e la rinascita del suo collo e delle orecchie.

 Non ci trovo niente di interessante, niente che riguardi chi si alzi la mattina.

Non mi sembra neppure un concetto estetico, non è per nulla bello quello di cui state discutendo

– Esatto – risposi io, e non continuai perché mi sentivo troppo vicino oltre ad accorgermi di emettere, quasi eruttare, un’insopportabile fiatella alcolica

– Invece è un concetto stimolante – riprese la parola Macomber, – il cielo rappresenta l’inerzia il limite verticale, noi dobbiamo parlare del mare!

La tromba di Chet Baker ora strideva e pensavo alle sue rughe. Mi chiesi se potessero essere un buon motivo per farla finita. Ed allargai il ragionamento riflettendo su quali motivi avrebbero mai spinto le persone presenti in questa stanza a farla finita. Ero sicuro che Macomber non avrebbe sopportato una nuova guerra mossa dalla Francia verso qualsiasi dei paesi del nordafrica ed, in tal caso, avrebbe di sicuro escogitato un gesto plateale per dimostrare tutta la sua contrarietà.

Lei, invece, per farla finita, sembrava spettasse di essere felice, almeno una volta.

 Il mare, è il mistero dell’assassino. Mare è il valore fonetico del fatalismo – ancora Macomber – il moto discontinuo, ma ritmico è armonioso, può trascinarti via o portarti tra le mie braccia – e si girò a sorriderle – fa da limite col cielo ed è al cielo che vuol essere riconsegnato.

Si era messa a piangere o no, forse scoppiava a ridere breve.

– Senti, Macomber, ha ragione, non è un discorso così interessante. Insomma è anacronistico, non importa a nessuno. Mio dio – e scoprì che piangeva.

– Sembra tu parli in preda all’erezione. Sembra tu dica sul serio. Non spacciarmi questo per verità. Dio mio, piantiamola.

 Anche se forse – rispose in tutta tranquillità – è lui che si è messo a menarla con questa storia ed a me sembrava filasse come ragionamento.

 Tu vuoi solo portartela a letto! – dissi additandolo teatralmente – sei un viscido verme, malandrino ed accademico.

Trovai la forza per non guardare la faccia di nessuno, per alzarmi e fare il caffè, per poi ricascare seduto ed appoggiato con la schiena verso il ventilatore.

Macomber scuoteva la testa, in segno di disappunto, ed io lo vedevo con la coda dell’occhio, con le mani per i fornelli suggerii – perché non racconti al nostro amico la tua prima volta?

– Smettila – risposte lei – non è un argomento che tenga paragone con la profondità di Macomber.

– Invece no! – disse contrariato. – Non sono mica sempre così, mi sono solo lasciato andare, non amo il concettualismo, sono cresciuto nelle strade a Santiago, la colpa è di questo bicchiere,che non è il primo e non sarà l’ultimo…ragazzi, bevuto troppo e straparlo, davvero.

– E’ stata stuprata da suo fratello. ed un gruppo di amici.

– Questa è stata la sua prima volta.

– Avevo 12 anni – disse piano – ed indossavo un vestito come questo, era bianco, lungo.

– Ti sta benissimo il bianco – Macomber era visibilmente sconvolto.

 Mi portarono in un gabbiotto per gli attrezzi da giardinaggio. Mi fecero star zitta a suon di botte, mi sporcarono tutto il vestito. A casa anche mia madre mi prese a botte. 

– Io.. che non suoni come un giudizio, le chiacchiere di prima, erano un purparlè, è chiaro, non potevo sapere…

Macomber si era messo a camminare nervosamente su e giù la camera, per poi fermarsi nell’angolo più buio. Ed è lì che gli portai il caffè e lui continuò – mi spiace, è tremendo succedano cose del genere. E poi tuo fratello. Che sciagura. Mi dispiace moltissimo. A chi l’hai raccontato?

– A voi due soltanto – rispose

– La ferocia umana è disarmante, è così, disarmante – ripeteva Macomber – dai raccontagli.

E mi girai verso di lei per dire – raccontagli il rapporto, non tralasciare nessun particolare.

– Non ne ho il bisogno, sul serio, io.. è una cosa così intima, per i santi è una cosa tremenda, non si può ricordare questa oscenità, un abominio. Mi bastava capire, mi bastava un’idea generale..

E questo sorriso veniva da sotto e da dentro. Dalla Pancia. Ed era tutto per loro quel ghigno tagliato a pezzi..

 Non esistono idee generali – dissi.

 

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