Qualcosa che ti devo dire.

di Auguste

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Quando ti ho conosciuta la prima volta eri molto diversa. Eri più alta, in un certo senso. Ma no, non è questo: avevi un’altra pettinatura e occhi di un altro colore. Non so se avevi altre idee, ma mi piace pensare che si, avevi un altro modo di pensare, di guardare il mondo. Del resto era il mondo ad essere differente: i secoli si fanno sentire, e anche se considerassimo il tempo come un’assurda astrazione saremmo costretti ad ammettere che il suo incedere corrode, con tutti gli effetti – negativi e positivi – che tale verbo ammette, il corpo e la mente di noi mortali che nel tempo viviamo o crediamo di vivere. Quando ti ho conosciuta la prima volta ero diverso anche io: pensa quindi alla difficoltà del compito che ho deciso di impormi, e che essendo una necessità non può essere un compito, e che la difficoltà maggiore sarebbe, ed è, mantenere un cauto silenzio. Pensa che ciò che ti scrivo è causa diretta di un primo fallimento: il silenzio è rotto.

Quando ti ho conosciuta la prima volta – ancora dovevo imparare a sognare, le pasticcerie erano tutte chiuse e la guerra incombeva su un’Europa ormai stanca – mi sfiorasti impercettibilmente uno zigomo, il sinistro, o così ricordo, con le labbra socchiuse, ottenendo un tremore che rimane nella mia persona come essenziale, definitorio. E non potei fare a meno di cercare un punto sulla tua schiena che forasse il tempo, che mi convincesse della tua eternità: del fatto che ti avrei rivista in un altro mondo, in un altro tempo. Non so se lo trovai, allora, ma la ricerca fu dolce e il tempo, per qualche lungo istante, divenne una grassa lucertola appiattita sotto una pietra umida.

Giovanna d’Arco era caduta, erano caduti gli inglesi, e poi i francesi, e i prussiani alzavano la testa, e poco più in là i russi studiavano l’inverno, mentre il nostro paese iniziava a fingere di essere un paese. Anche io conoscevo già allora la sconfitta, e conoscevo la vittoria. Ciò che non conoscevo erano la tue dita, e quando affondarono nel cespuglio vergine dei miei capelli persi per un attimo la concezione dell’esistente, mi ritrovai in un luogo che credo sia il tuo, ed ebbi tre anni, ed ebbi trecento anni. È da allora che ti cerco, che il mio sguardo si perde in un deserto privo di te, che ti cerco senza pensarci, come si cerca la gioia, o la morte.

Non sai da dove sono passato, da allora. Non devi sapere, non potresti capire che ogni mia ferita è stata una ferita subita in tuo nome, che dietro ogni Waterloo sempre c’era il tuo sguardo, che persino la tregua era una tregua edificata sul gusto dei tuoi seni, sulla rotondità dei tuoi fianchi. Non ti parlerò quindi di Stalingrado e delle bombe su Dresda, non ti parlerò di Sarajevo e Vukovar, né di Alamo o delle truppe dell’esercito di liberazione Sandinista. Anche se c’eri, anche se io ero lì solo perché tu c’eri, e il desiderio di trovarti mi ha sempre imposto le posizioni più sconvenienti: non posso farti capire cosa sento parlandoti di cosa sento, o del perché lo sento (un perché che mi sfugge come fuggono gli amici quando capiscono che devono fuggire), non posso neanche razionalizzare perché so che la razionalizzazione non è che una linea retta (e per di più immaginaria) che unisce due irrazionalità. C’è qualcosa che posso fare, e che, quindi, devo fare? C’è.

Se ti immagino in un campo immenso, un campo a maggese i cui colori variano dal marrone della terra al cobalto del cielo, ferma, un punto che solo io posso circoscrivere, bianca e anche nera, con il tuo sorriso che vuol sempre dire, anche se non so cosa, con le tue braccia che disegnano il mondo intorno a te, coi tuoi zigomi che si ricordano l’uno dell’altro con una calma olimpica, con i tuoi occhi che fingono di aver trovato e invece cercano, scavano, lottano, con i tuoi occhi che mi conoscevano prima di conoscermi, con le tue parole, persino con le tue parole che accarezzano l’aria e graffiano l’aria e fanno a pugni con l’aria: se ti immagino lì, so che sei tutto ciò per cui potrei vivere, tutto ciò che potrei desiderare. E non sto parlando di una vita, o di un desiderio: sto parlando dell’essere umano, e della forma, e della sostanza. Anche del coraggio, soprattutto del coraggio.

Mi avvicino, il campo è immenso e impervio, ma io mi avvicino, passo dopo passo il punto che eri si allarga, si definisce, e anche se non ha importanza, perché io già ti conosco, inizio a stabilire il colore e il numero della tua bellezza, il peso della tua anima, la profondità del tuo sorriso.

Cosa importa? L’ammiraglio Nelson è morto, Magellano annegato in un mare troppo esteso, Colombo impazzito sul pagliericcio della sua cella. L’armata rossa è tornata ad essere la gloriosa armata rossa, grazie all’aiuto provvidenziale dell’inverno russo: Stalingrado è stata liberata. Le Falkland-Malvine hanno mandato in delirio tutto un continente mentre gli ufficiali inglesi si guardavano stupiti lisciandosi i baffi. Gramsci è marcito in prigione. Hemingway ha aspettato i settant’anni prima di morsicare la canna del suo fucile, senza dire neanche bye bye.

Non importa nulla: ti vedrò di spalle e ti riconoscerò mentre te ne andrai via, in un’altra vita, in un altro tempo. E sarai tu, e io sarò felice di sapere che sarai tu. Tornerò a cercarti e, nonostante il resto del mondo, tornerò a trovarti, e tu mi guarderai e mi sfiorerai impercettibilmente uno zigomo, molto probabilmente il sinistro, con le labbra socchiuse, e allora ti abbraccerò e il mondo sarà ancora una volta quello per cui vale la pena esistere.

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