Gemacht al pistacchio. (Gloria Cantamessa Bennikov)

di Gloria Cantamessa Bennikov

 

 

Freddo, freddo il marmo, umido di me che guardo cosa ha fatto il mio padrone. Il suo mento rosso, gli occhi stanchi e spaventati, guardano in alto come a pregare un dio che si è stancato di rispondere a tutta questa assurdità. Non è più il mio padrone ormai, mi ha strappata da sé, abbandonata. Finalmente libera, finalmente sola, in disperata agonia sento il freddo, il liscio marmo su cui mi ha lasciata. Sento freddo, io ruvida e già quasi secca, quasi immobile, rossa come il mento. Sono libera e sto morendo, senza poter smettere di pensare, parlare, muovermi. Sono fatta così, mi hanno fatta così le voci della sua testa. Stefano ha provato, ma non ce l’ha fatta a farmi stare zitta, io continuavo a fare quello che volevo senza consultarlo, così ha detto basta. La schizofrenia (gliel’ho insegnata io questa parola) gli ha fatto dire basta. La schizofrenia ha fatto di me la padrona del mio padrone e ora pago la mia malata arroganza. Ansima, un rumore strano, mai sentito, come se qualcosa del suo puzzle storto fosse finito fuori posto. Quel pezzo è qui, molle su una lastra gelata in una cucina qualunque, e continua a raccontare per le sue orecchie che cosa è successo. Ora non ce la fa a guardarmi, vorrebbe urlare ma non può più, tutti i suoi suoni sono intrappolati, escono monchi, grotteschi. Io rido e mi scuoto ai suoi occhi eppure sono ferma e non c’è alcun rumore, solo il suo rantolo e un granello di pepe sotto di me. La sua libertà è costata cara a entrambi, io muoio e lui tace. Abbiamo fatto cose meravigliose insieme. Baci carezze, il dolce e il salato eravamo. Ma poi io non sapevo stare zitta, per colpa della sua malattia, così tutto è andato in pezzi a poco a poco. Non capiva, non era colpa mia, erano i nervi. Stefano è malato nei nervi, per questo non potrò odiarlo per ciò che ci ha fatto. Il suo dolore è mio, lo è sempre stato. Brivido. Si può chiamare brivido questo mio spasmo? Quanto sangue ho già perso, quasi tutto? Voglio andarmene con il gusto del gelato al pistacchio ̶ il mio preferito, dolceamarosalato e dei baci di Paola-lingua-di-menta. Quasi me lo sento addosso, quel ricordo felice, tutto sopra di me, sopra e sotto. Si appoggia al tavolo, adesso, la mano ancora stretta al manico del coltello, come se stringere più forte gli alleviasse il tormento. Un po’ di saliva gli scorre all’angolo della bocca, fatica a deglutire.

Ho sempre più freddo, sto sempre più ferma. Avrei ancora tante cose da dire, ma faccio sempre più fatica a non perdermi. Vorrei che Stefano le raccontasse al posto mio tutte le cose che ora mi attraversano. Il morbido capezzolo del primo giorno, il dolce dell’adrenalina, le serate a chiacchierare con voci amiche, il bruciore e l’anestesia dell’alcol ingoiato a volte per gioia e altre per disperazione, gli inciampi dell’imbarazzo, tutto, tutto quello che abbiamo condiviso, tutte le lingue-dimenta e di fragola e di sale che abbiamo incontrato e anche quello che abbiamo baciato e non si poteva dire perché il pudore lo fermava in gola. Ma Stefano non parlerà e questo è il mio canto del cigno. Appoggia il pugno chiuso sulla pietra grigia e lascia la lama qui, accanto a me, ghiacciata e sottile lungo il mio fianco. E io mi addormenterò accanto al metallo che ci ha divisi, mentre i suoi denti si chiuderanno per fermare l’orrore, il sangue che gli si accumula in bocca. Non si apriranno mai più i suoi denti in un sorriso leggero. Non dirà più la parola leggero, chissà se almeno la penserà di tanto in tanto. Forse un giorno si pianterà un chiodo nel cervello, perché il virus che lui credeva fosse tutto in me è rimasto lì, nascosto nella sua testa malata, ma non potrà più dirlo a nessuno per farsi aiutare. Non racconterà tutta la mia vita, i miei sensi, il gelato al pistacchio; e non racconterà il suo orrore, la sua gemacht che una volta ero io e adesso sarà qualcos’altro.

Moriamo insieme, in un certo senso. Stefano ha un conato di vomito, ma tutto il sangue gli scende in gola e quasi lo soffoca, perché Stefano non può più parlare e non può vomitare. Stefano non può più vomitare, non può più baciare, leccare, gustare. Non parlerà mai più una voce umana, non senza di me – che – ero – la – sua – lingua. E la schizofrenia ora ride di Stefano e della sua lingua mozzata.

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