La Casa. (Alessandra Piccolo)

di Alessandra Piccolo.

 

Cammino avanti e indietro, lontano dalla luce del lampione all’angolo. Un cane in lontananza abbaia stanco, continuo a camminare   pochi metri a destra, pochi metri a sinistra. Questa è l’ora perfetta, non ci sono più macchine, non ci sono puttane, non ci sono rumori. Sempre meno passi a destra, sempre meno a sinistra, guardo il cancello in metallo, la siepe arsa dal sole, gocce di sudore scivolano giù dalla mia schiena.

Le pulsazioni sono al limite, l’adrenalina mi travolge, uno scatto deciso e in tre mosse sono dall’altra parte.

Cammino con la schiena bassa, sento il calore del giorno salire dall’asfalto del vialetto.

Mio fratello mi diceva sempre che avrei dovuto essere più basso per questi lavori, ma mi aveva insegnato come fare. Io ero più leggero di lui ed anche più veloce, intuitivo nei movimenti. Diceva che bisogna aver esperienza nella vita, in ogni cosa.

Mi do da fare col fil di ferro, ripeto meccanicamente i gesti di mio fratello, ma mi sudano le mani, questo maledetto caldo, non da mai tregua, nemmeno la notte.

La porta scatta, insisto appena e mi si apre davanti, ci scivolo dentro quasi senza toccarla.

Ci resto appiattito contro, soffio aria dai polmoni lentamente, ascolto solo il mio cuore rimbombarmi nelle orecchie.

Non c’è nessun antifurto, ma l’avevo previsto, di solito, quelli che lo hanno ci tengono a mostrare sulla facciata esterna della casa una scatolina di plastica.

Dalle persiane entra della luce opaca, che si fa strada fra la trama delle tende.

C’è un piccolo atrio davanti a me che si apre alla mia destra in una modesta cucina, distinguo un tavolo rotondo e un divano a due posti. Mi abituo in fretta al buio e poco più avanti vedo una scala che sale ai piani superiori. D’istinto mi dirigo verso il frigorifero. Lattine di birra, due bottiglie di acqua frizzante, un vasetto di sottaceti, formaggio. Più di quanto avessi sperato, sarà una settimana che sono partiti.

Prendo le birre e mi siedo sul divano, me ne scolo tre di fila mentre mi guardo intorno. La casa è accogliente, proprio come me l’ero immaginata, non molto grande, niente foto ne quadri, forse è di una giovane coppia senza figli.

Nella credenza trovo scatolette di tonno e tarallucci, mangio seduto al tavolo, leccandomi le dita per non sprecare nemmeno le briciole. Non riesco a stare fermo con questa merda d’umidità, l’afa m’imbavaglia i polmoni. Mi alzo, cazzeggio, frugo nei cassetti della cucina, m’intasco dieci euro e qualche spicciolo .

Passo al piano di sopra e mi apro un’altra birra.

Apro una porta a caso. E’ un bel bagno, cedo alla tentazione di accendere la luce, di lavarmi la faccia, di fare una bella pisciata, mi guardo allo specchio mentre finisco di bere la quarta birra, sono sudato e proprio lì di fianco c’è una doccia, trasparente, con le ante aperte.

Un minuto dopo mi sto lavando come non facevo da troppo tempo ormai, cerco di ricordare quando è stata l’ultima volta. Forse non c’è mai stata, non la ricordo. Prima che arrestassero mio fratello ci lavavamo nei cessi della stazione.

Ne ho vista di merda io.

Mi asciugo al buio, mi ripeto che non lo farò mai più.

Di accendere la luce naturalmente, la doccia è stata una gran bella idea. In bagno trovo solo bigiotteria pseudo etnica.

L’afa è un cane rabbioso che mi morde la gola.

Scendo in fretta a recuperare l’ultima birra. Ormai questa casa è mia, la conosco alla perfezione, ho già imparato a memoria i punti di luce e le sue ombre. Entro in camera da letto, appoggio la birra sul comodino e mi sbatto sul materasso a due piazze, le lenzuola profumano, ma soprattutto sono fresche. Mi stiro e mi ci rotolo sopra, passando a frugare prima nel comodino di destra e poi quello a sinistra. Accendo l’abat-jour. Un orologio, un paio di orecchini d’oro, una collana e un braccialetto d’oro. Infilo tutto in tasca e rimango lì sdraiato a calcolare quanti contanti ci posso ricavare. Al Guercio posso rifilare anche la bigiotteria del cesso, tanto s’è bruciato.

Sogno di possedere quella casa assieme ai miei fratelli, nostra madre ci verrebbe a trovare e sarebbe orgogliosa che il più piccolo dei suoi figli abbia fatto fortuna in così poco tempo. Forse con una casa mia, riuscirei persino a trovare un lavoro, farei il meccanico in quell’officina in via dei Colli, dove ti regalano la tuta blu, dove ti insegnano a vivere fuori dall’ombra. Allungo le braccia sulle lenzuola, sono disteso su un campo di fiori bagnati dalla rugiada, un ruscello scorre poco distante, il sole è tiepido. C’è tutta la famiglia intorno a me, fumiamo e ci godiamo il paesaggio, la brezza del mattino.

Delle voci di donne in lontananza cantano, le vedo danzare avvolte da veli di ogni colore, le mani lunghe arrivano a toccarmi ricoperte da gioielli, sono belle e giovani , anche mia madre è giovane ma non riesce ad arrivare a me, mi chiama, è lontana, qualcosa la trattiene, ora piange, vorrei avvicinarmi ma sono senza ossa, come un verme.

Lei.

Piange e invecchia.

Invecchia e la sua voce cambia.

Cambia e fa paura.

La paura .

Delle voci acute mi strappano dal sonno, una donna sta piangendo, un poliziotto mi sputa un ghigno negli occhi.

Non vedo molto bene, non so dove mi trovo, non mi ricordo, cerco di sfuggire dalla stretta di un altro poliziotto che ridendo mi sta agganciando le manette, ma sono rallentato.

Non capisco, dimentico l’italiano, mi escono pulsazioni di frasi.

Ridono tutti di me, mi schiaffeggiano piano, mi credono un imbecille, persino il proprietario sorride mentre abbraccia la sua donna colta da una crisi di pianto. Credo si sia offesa per la birra.

Mi svuotano le tasche, mi spingono giù dalle scale, sto per cadere, uno scalino dopo l’altro e cazzo sono ancora in piedi nell’atrio davanti alla porta.

Che paese di merda.

Che schifosissima giornata di merda.

Le luci sono accese, la casa è spoglia e senza anima.

Sicuramente la mia donna l’avrebbe arredata meglio.

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