Civico 23. Via Torleone. (Avtomat)

di Avtomat.

Bologna, Via Torleone, civico 23.

È un palazzo di quattro piani, talmente anonimo e fedele alla propria grigia essenza che lo hanno dipinto con il colore del cemento; non è una bella vista, per niente bella. Stona troppo con lo stucco rossastro delle mura e con le tegole color mattone cui si fregia l’edificio dirimpetto, un tipo elegante, ben pasciuto, un esemplare di classica bellezza centrostorica. Il 23, invece, è una di quelle costruzioni degli anni sessanta, brutte, partorite dalle betoniere per rimpiazzare i cadaveri degli edifici bombardati dai Lancaster dell’aviazione britannica, mentre metà dell’Italia cercava di sgattaiolare fuori dal ventennio. È tisico spento, malvestito: un ragazzo solo ad un ballo in cui ciascun palazzo danza tenendo per la mano la sua fila di portici; il 23 sta in un angolo, le mani in tasca, i trenta occhi in vetro incollati al pavimento. Staccando invece i propri occhi dalla sua facciata (non sarà difficile, non è una bella vista, come detto), poco più in là a sinistra, dove Torleone striscia incontrando Via San Vitale, si vedrà una serie di garage sul cui volto ferreo qualcuno ha dipinto dei loti rossi; sono sei in tutto, di diverse dimensioni, divampano come palle di fuoco su uno sfondo bluastro riempito qua e là di rampicanti verdi, con un poco di immaginazione potrebbero sembrare dei girasoli realizzati da un maldestro Van Gogh con la testa stretta in un turbante. Dentro i garage non vi sono mani a staccarsi lentamente dal volante, ma dita aperte su un arabesco, tessuto nella fitta trama di un tappeto iraniano, sono volte verso Quibla, la direzione della Mecca. Queste mani bangladesi e pakistane nelle ore del lavoro, lungo San vitale, chiudono le forbici sullo zac che trancia il capello, sul mattarello che striscia sull’impasto, ripongono la frutta in sacchetti di carta, dita scure, ospiti nei portici che come una carcassa di Balena attraversano la via. Se si segue l’ossatura, in direzione delle torri, oltrepassando Piazza Aldrovandi, (l’entomologo, non quello ucciso per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi della patria arma) sgusciando sotto il torresotto, antichissimo serraglio della seconda cerchia di mura cittadine, sulla facciata di un palazzo rinascimentale (strano caso della sorte, anch’esso un 23) all’angolo con Via Guido Reni, illustrissimo pittore, sotto agli occhi di un elefante in pietra, vi è un messaggio scritto in caratteri cubitali, incastrato tra due colonne scanalate a guisa di gusci di testuggine:  Richiesta di soccorso durante le incursioni aeree, Via Zamboni 13, numeri telefonici 33-516 – 23-190 – 24-076.  Ecco, tornando a duecento metri fa in Via Torleone, riavvolgendo il nastro della Storia al 1943 (44 forse) si può osservare la bomba sganciata dal Lancaster sul perimetro in cui ora si staglia il 23. Chissà com’era il suo predecessore, non lo si vede, la luce è violenta, come il boato della deflagrazione, forse era rosso pure lui, forse il boom ha fatto eco a quello dei Sessanta e una colata tronfia di cemento ci ha consegnato questo mostro: il civico 23.
Ciascun piano è solcato da dieci fessure rivestite da lastre in vetro, trenta in tutto, le più fortunate sono dotate di un balconcino, altre sono serrate da reti metalliche lattiginose, che come una cataratta rivestono le pupille del 23. Al pian terreno, onde garantire una corretta igiene orale allo stabile, è stata installata una clinica odontoiatrica, il cui rimestare dei ferri e macchinari, si nasconde allo sguardo indiscreto del passante con vetrate a specchio che, pur limitando la curiosità dell’occhio permettono di verificare di riflesso lo stato della propria dentatura, invitando a un controllo preventivo delle arcate. Alla sinistra della clinica, si apre la bocca dello stabile: una porta chiusa in un imballaggio di vetro e acciaio color ottone. Lungo la metà, circa, della lunghezza del portone è stata applicata una serratura, accanto ad essa segni di scasso, un maldestro scasso: qualche inquilino è già sceso a controllare la presenza dei famigerati geroglifici tzigani sulla superficie, sempre d’ottone, dei 14 pulsanti che compongono il gruppo citofonico. Niente da fare, nessun segno, nessun furto, nemmeno. Una delusione, le pieghe goffe dell’acciaio rimangono un mistero. Se si possiede una chiave la cui dentatura combacia con quella della bocca della serratura si può entrare nel civico 23. Benvenuti dentro il mostro, alla vostra sinistra le buche della posta, tredici, alla vostra destra un bellissimo esemplare di Fico beniamino, snello, dalle foglie talmente lisce e rifrangenti da sembrar di plastica, bisogna toccarlo per constatarne la verità organica. Ai vostri piedi la lingua del 23 apparecchiata sulla pavimentazione in marmo: un tappeto rosso, ingrigito dalla polvere che accompagna la suola delle scarpe fino alla soglia dell’ascensore. Ma si consigliano le scale se si vuole esplorare queste fantastiche interiora: rompendo il cranio che ospita il brutto volto del sileno si scoprono tesori e meraviglie. Come questa serie di dieci marmorei scalini ripetuta zigzagando dal pian terreno alla cima dello stabile, accompagnati lungo la salita da un corrimano, delizioso al tatto, rivestito in gomma rossa a proteggere uno scheletro di nero ferro, battuto in quarantacinque pieghe, formando un tessuto che all’occhio fantasioso riporta la forma di dodici gladi romani. Compiendo il primo zig, uscendo dallo zag, ecco il primo piano: cinque porte appiccicate su muro un diafano, lungo la cui metà corrono orizzontali, 24 lastre in marmo. Cinque porte di identica magnifica fattura, in legno massello munite di splendidi pomelli di metallo color oro. Due di queste sono blindate da massicce inferiate, consigliatissime in caso di tentato furto, un po’ meno in caso di incendio o altre calamità domestiche. Nell’angolo sinistro di questo pianerottolo, non lontano dai cinque gemelli in legno ecco una porta simile a quella della bocca del mostro: vetro in un’armatura di ottone, ma il tutto risulta più piccolo ed angusto, è la porta di servizio, il culo del civico 23 che espelle gli inquilini verso l’area garage. I piani superiori sono pressoché identici, ci si potrebbe fermare qui e lasciare riposare lo stabile, ma è doveroso prima dare un’occhiata a questo appartamento, secondo piano, incastrato nella sezione sinistra del torso del 23, in virtù di questa posizione topografica, potrebbe essere considerato il suo cuore, batte un tempo nottambulo ed è più volte entrato nell’ordine del giorno dell’assemblea condominiale, intelligenza calcolante del civico 23. La porta non è dissimile da altre, legno massello, pomello in oro, apre su un lungo corridoio marmoreo, alle cui pareti sono appesi alcuni goffi tentativi di arte astratta, rasente il muro uno stendino su cui sono stesi alla bell’e meglio vestiti asciutti da un paio giorni.  il bagno è occupato dal frusciare di uno spazzolino sui denti, tra le quattro porte affacciate sul corridoio, solo l’ultima in fondo a destra è spalancata lasciando filtrare la luce solare dalla soglia, seguendo il fascio strisciare sul pavimento in formica si scopre la fonte d’illuminazione: una finestra spalancata su sui tetti di Via Torleone, un agglomerato di bucoliche tegole centrostoriche, da cui spunta qua è la una canna fumaria, e laggiù in fondo la sagoma delle due torri. In primo piano spicca la facciata di un grazioso palazzo stuccato di rosso fiammante, davanti a questa immagine vi è in piedi un tizio, affittuario di una stanza del civico 23, condominio, e riscaldamento inclusi, prezzo onesto. La testa è chinata leggermente, gli occhi seguono una calligrafia sgangherata vomitata da una biro bic su un foglio di carta cucito insieme ad altri in un taccuino, in simil pelle nera. Sta mettendo per iscritto un pensiero che ogni mattino al risveglio come un mantra gli frulla per la testa, mentre guarda fuori dalla finestra: Grazie al cielo, abito qui al 23 e non al 18 lì davanti, bel palazzo di quelli antichi, stucco rossastro, una meraviglia per gli occhi. Io abito in uno dei trenta occhi di questo Gargantua compresso nel cemento, ma ho la fortuna di non vederlo, i mostri temono gli specchi. Si inventano un bel narciso, con stucco rosso e tegole color mattone, e questi, poveretto, ignorando di essere lui stesso, mostro narcisista, è costretto a guardare nel riflesso: un palazzo di quattro piani, talmente anonimo e fedele alla propria grigia essenza che lo hanno dipinto con il colore del cemento; non è una bella vista, per niente bella. Stona troppo con lo stucco rossastro delle mura e delle tegole color mattone cui si fregia l’edificio dirimpetto, un tipo elegante, ben pasciuto, un esemplare di classica bellezza centrostorica ecc…

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