Il gusto amaro del mattino. di Auguste

Il gusto amaro del mattino. di Auguste

-Nel buco del culo del mondo c’era ancora chi non aveva superato la fase anale. Dimenticami e dimentica i nostri luminosissimi sproloqui!-

Questo fu il pensiero che squarciò la tela nera del suo sonno: un tetro Fontana suonava la sveglia, a malincuore dovette finirla con tutti quegli strusciamenti sul corpo onirico di Lei, la luminosissima Lei, l’impareggiabile Lei, la sideralmente distante Lei.

Osservò la sveglia per qualche istante, incredulo. Chiuse gli occhi e Fontana era là, con un sorriso sanguinolento e l’immancabile coltellaccio da macellaio in mano. Riaprì gli occhi e le lancette della sveglia ancora indicavano le ore 4, ovvero le 4 antimeridiane: la donna, bella e pericolosa, che ha nome Aurora se ne stava di certo là, oltre le tapparelle marroncine, umida e serafica attendeva che il suo uomo – uno dei suoi uomini – accendesse la sua prima sigaretta malata, la prima ferita giornaliera, i primi cinque minuti

strappati alla futilità della notte e gettati a quella, certamente peggiore, del giorno: chicchi di grano a un corvo moribondo, spennacchiato.

-Perché?- si chiese sommessamente. Non v’era risposta da attendere. Drammatica conseguenza: si alzò e camminò. Sbatté il grugno sulla porta chiusa del bagno, bestemmiò nella sua bocca impastata: più lo sbuffo d’un treno che un umano lamento. Pisciò ad occhi chiusi e sputò subito dopo, una frittata di liquidi corporei si presentò al suo sguardo per un lieve istante, poi la schiuma della tempesta idraulica si trascinò via l’opera in recondite profondità fognarie: arcani del sottosuolo.

Con risaputi gesti meccanici, spandendo polvere e acqua, preparò la moka sul fornello, la

sigaretta già pronta tra le dita.

-Giornataccia!- Il tavolo sputava fuori i fogli delle notti precedenti, qualche brandello di carta, scarabocchi, storie smozzicate, versi ironici: il mito della vita e dell’amore in cartapesta: La torre d’avorio incrinataSaggio sul sesso sadomasochista per timidi ubriachiI movimenti onirici e i voli pindariciStudi di letteratura latino-americana alla luce degli occhi di te che non ci sei.

Lamentele dai fornelli, principio d’eruzione nera: caffè.

-Oh caffè bollente, nera bevanda dono degli dei!

Dov’è, dov’è la tua Etiopia!

E ora che gorgheggi estroverso, dimmi:

dov’è, dov’è la mia Africa, la mia America?

E perché dormire non so ed esser sveglio neppure?

Perché, oh amara bevanda metafisica,

perché mai sono le quattro da quindici miseri minuti

e io già mangio i mozziconi delle unghie finite ieri?

E non rispondere, te ne prego, con nomi femminili:

troppo facile questo responso,

meglio un mistico silenzio

e un classico, muto, amletico dubbio!-

Scrollò la testa e sorrise, tanto per fare, senza umore né ragione. E finalmente bevve, sorseggiò, gustò il magico intruglio scottandosi palato velo lingua e gengive. Uscì quindi ed entrò tra le braccia della sua donna grigio-viola, pronto a dedicarle un fumante sacrificio. -Giornataccia di merda!- Il grigio, il nero e un bombardamento di microscopiche goccioline gelide lo investirono sull’ultima tonica dello sconcio settenario. Accese la sigaretta, sognò nel suo capannello di fumo la sinuosa linea dell’orizzonte perduto, occhi al cielo:

-Dove sei? Dove sei patria senza terra,

perché inutile è la terra, se il solo pensarti

mi solleva dal mestiere impudico di vivere!

Dove la tua luce,

dove la tua grazia?

Cerco giorno e notte

e la notte si confonde con il giorno,

e non so più se la realtà è orribile sogno

o se il sogno è sconsolata realtà!

Eccolo, l’uomo saggio, l’uomo forte!

Ecco l’uomo che cade per te

in quest’aurora di metallo e petrolio! E…

‘così, percossa, attonita

la terra al nunzio sta,

muta pensando all’ultima

ora dell’uom…’-

Tripudio di tosse mattutina, con annessi eroici starnuti! Sangue e catarro a macchiare il

marciapiedi. -Buongiorno, altro giorno senza lei!- Passeggiò. Ore senza maschera, ore asociali. Alle otto e quarantacinque il dentista. -Fanculo il dentista! Meglio sbattere i denti su Leopardi, il mio Leopardi! ‘…rimembri ancor…?’, il suo Leopardi! ‘…occhi tuoi ridenti e fuggitivi…’– E ancora passeggiò.

La meta che non c’era era il lungofiume, dove le prime luci tremano sulla corrente tranquilla e l’odore dell’acqua selvaggia si confonde con il caos nascente, La tempesta dopo la quiete dopo la tempesta, dove avrebbe potuto ammazzarsi chiunque a qualsiasi ora, figurarsi quest’uomo senza sonno e dimentico della veglia; figurarsi quest’uomo di carta che, infantile galea, avrebbe conquistato l’estuario e poi il mare: cadavere verde, carcassa per pesci. Arrivò e fissò lo sguardo sul dio d’acqua dolce, dolce porzione di Poseidone, specchio d’Eraclito di Efeso, sempre uguale e sempre diverso, fratello di tutti i malati di malinconia. Sedette e fumò di nuovo, osservando le nuvole e l’acqua veloce.

-No, niente dentista! Oggi si fa così: si guarda il fiume per qualche ora, magari un paio di birre, appena apre il primo negozio di alimentari. E dopo il fiume i treni. E in biblioteca poi! Le cartine stradali dell’Europa tutta. L’ultima pagina dei Cent’anni. E quella poesia di E. E. Cummings: ‘nessuno, neanche la pioggia, ha cosi piccole mani’.

Adesso gli sproloqui degli altri illuminavano il giorno di un nuovo, fastidiosissimo sole. I suoi occhi stanchi presero a tremare.

Si accorse una volta di più di poter parlare solo con sé stesso e, per qualche lungo minuto, tacque, ricordò e pianse.

 

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