Tre di Tre. (Galehaut)

 

di Galehaut

Questo racconto
lo dedico a chi mi ha
pazientemente donato il suo
essenziale,
pregiato,
impagabile
tempo


Nel sole tiepido del meriggio estivo,
tra le macchie sbiadite di questa natura  umana, tanto artificiale quanto ormai decadente,
comincio a comprendere l’esimio collega che scelse il buio della propria dimora,
particolarmente in questi iridescenti giorni estivi carichi di aria greve.
Perché quando è la penna a impugnare lo scrittore,
QUOD DEUS AVERTAT!

 

 

cose storte e malasorte

L’acqua di quelle parti la ricorderò sempre: calda, trasparente, imperturbabile.

Proprio come ora. Non cambia mai un cazzo, muore qualcuno raramente.

L’altra volta è morto uno sbirro. Il paese fu in festa dal primo sorgere del sole fino a quando si spense tuffandosi nel mare, per poi reincendiarsi nell’atmosfera del mattino seguente; però era un ragazzo, seguirono sette giorni di lutto, e in giro neanche un sasso da prendere a calci.

Un tale, di nome GianMarco, rimase piedi-piedi col motore, « una rovina! » direbbero alcuni, « alla catastrofe!! » insorgerebbero altri, ma mai situazione terrena può essersi trovata più lontana dal dare libero sfogo ai polmoni e urlare « alla disgrazia!!! » , perché <<beep-beep!!>> ecco il suono conosciuto di un’automobile, il cui conducente non solo si chiama Stefania e ciò ne denota il complesso delle caratteristiche strutturali e funzionali che distinguono in una stessa specie i maschi e le femmine, con particolare riguardo agli organi della riproduzione, ma non dimentichiamo che Stefi è segretamente innamorata di GianMi da quando un giorno, in seconda elementare, GieMMe si trovò proprio davanti a lei quando casualmente si aprì la porta del bagno e, Panni o Stefi o Pannolino, come tutti si scialavano a chiamare Sté da quel giorno, svelò a malincuore il suo increscioso segreto.

Fortuna che il tempo è come uno schiacciasassi, passa anche sopra la crudeltà dei bambini, ed i due si ritrovavano qui, adulti, sani, bramosi di sapere cosa si prova nell’assecondare il proprio desiderio di carne e umori ardenti, e il tutto, in una sola notte.

Dico io,

ma Dio,

non poteva evitare lo schianto finale?

Il ruzzolo, il capitombolo, il naufragar dei giochi giù per la montagna?

Che poi mi chiedo se il colpo, quello giusto, sia stato più l’impatto col guard rail o l’esplosione venuta dopo,

‘ché ancora le vacche se lo ricordano quanto hanno corso per sfuggire alle fiamme,

fino al fondo della valle.

Che poi sarà stato pure Dio a chiamarseli, ma lei era famosa per le seghe al volante.

Adesso che ho solleticato la vostra attenzione, possiamo procedere con l’opera letteraria vera e propria, versione integrale, senza tagli e in lingua originale.

due palle

Quando mi sentivo debole, lei mi guardava come se fossi un pesce senza ossigeno,

mi ha tenuto settimane rinchiuso in quella scatola a forma di cuore che tiene nel petto,

mi ha trascinato con una trappola magnetica in quel pozzo di catrame.

Vorrei poter divorare questo suo cancro quando tornerà indietro,

vorrei poter ingoiare il fango che lo nutre, violentare l’involucro che lo domina.

Le genziane sono dischiuse e le loro radici non mi danno ancora la pace,

vorrei che ti scarnificassero, fino a quando ogni fibra, ogni membra del tuo corpo,

si mescolerà al sole intrappolato dalle foglie, ingrassando quei fiori che tanto ti piacevano.

Vorrei vorrei vorrei, ma a chi vuoi che importi più ormai? Sono passati tanti di quei giorni.

Saranno settantadue, settantaquattro lune forse, non sono cose da segnare sul calendario,

e come ogni ricordo doloroso, giacché è coperto da un velo menzognero,

non lascia trasparire che qualche traccia del vero.

L’acqua pioveva calma, calda, imperturbabile, e il buio,

il buio s’ingozzava del colore della notte, e trangugiando se stesso si trascinava appresso anche l’immaginazione;

e in tutto questo, sono riuscito a mentire: due palle!!

Due palle le ho raccontato!

La prima, fu quella del gatto, incastrato tra i legni marci accatastati fuori, sul retro della casa, non era un lavoro da fare in due.

La seconda, subito dopo, quando le promisi di lasciar perdere le genziane, e dopo averla legata e imbavagliata la seppellii là sotto.

la terra è finita, andate in brace.

« Mamma! Mamma!? »

« Sìi? » blandì una voce dall’altra stanza.

« Ho ricevuto una chiamata, stasera sono di servizio. Sto uscendo! »

« Ma come?! » sbottò la donna « Proprio stasera che eri libero? »

La guardava con pupille frenetiche: 37 no, 38 coltellate con lo sguardo e neanche una goccia di sangue,

« Sì, proprio stasera che ero libero, come ogni sera che sono libero da ben due anni a questa parte. Ormai dovremmo darlo per appreso, no?! » e chiuse la porta senza salutare.

Un attimo di titubanza, ultimo ripensamento sulla soglia di casa, mi piacerebbe dire che questo fosse un pensiero così profondo da far apparire l’incalcolabile universo grande come la cruna di un ago, eppure, tutto quel che gli venne in mente in quell’istante fu solo « Cazzo, stasera c’era pure LO SQUALO in tivù! »

e partì in un lampo: neanche il tempo di saltare in macchina e accendere il motore che la carrozzeria si trovava già nel luogo in cui era attesa, con tanto di interni, conducente e tappezzeria,

e detto fatto, in men che non si dica si “materializzarono” sul posto.

Il paese si era letteralmente rovesciato in strada, non mancava nessuno in mezzo a quel subbuglio illuminato dalle sirene delle forze dell’ordine, e tra pompieri, autoambulanze e mucche stanche che venivano ricondotte alle stalle, s’intravedevano le uniformi di alcuni colleghi intente a dare un senso a quanto accaduto.

« Notizie dalla centrale? » disse la pertica del gruppo,

« Abbiamo i risultati! » rispose il pigmeo.

« E quindi?!! » sputò spazientito lo spilungone,

« Quindi, quella poltiglia informe che abbiamo raschiato via dai pezzetti sparsi qui e là di quella che un tempo era una macchina sono (e non uso il plurale a caso) ben due persone. Per l’esattezza: un uomo e una donna. »

« Eppure io, l’ho già vista questa targa… » tagliò il terzo, che fino ad ora era stato in silenzio ad osservare quel che in molti potremmo asserire si discosti completamente dal concetto di paraurti; piuttosto dovremmo considerarlo molto più rassomigliante ad un detrito, staccatosi da un meteora, insolitamente provvisto di targa, che adorna le rocce circostanti come un quadro affisso alla parete.

L’opera, qui rappresentata, riporta inequivocabilmente il seguente soggetto didascalico: ” KM 577 BT “

« KM 577 BT, KM 577 BT… »  si ripeteva in mente l’osservatore attento.

« Abbiamo anche il nome del proprietario della cosiddetta “autovettura” » continuò il nanetto, che era stato ben accorto a non interrompere il maresciallo « una certa Stefania, Stefania Barbieri » aggiunse, completando l’informazione.

« Stefania Barbieri….Stefania Barbieri…MA CERTO! » disse l’agente contemplatore battendo il dorso della mano nel palmo dell’altra scatenandone un rumore chiassosamente sordo.

« Quella delle seghe al volante! “Caso chiuso!” »

Una nebbia fitta come il silenzio che la nutriva coprì, come un sipario, l’entrata in scena del giovane richiamato al servizio [della patria] in quella nefasta sera d’estate.

« Buonasera signor maresciallo » disse rivolgendosi al sagace detective « sono corso qui non appena ricevuta la chiamata, ho fatto il più in fretta possibile! » continuò, « ma le ho appena sentito dire che il caso è chiuso, ho capito bene? » domandò infine, « Ipotesi ragazzo, » rispose quello « sono solo ipotesi.. ben azzeccate! » e così dicendo strinse le braccia al petto e, alzando lo sguardo, con aria trionfante aggiunse « Giusto in tempo per LO SQUALO! »

A quel punto, si diresse verso l’auto di servizio portandosi appresso il mezzo-appuntato, affidando così il novellino alle ampie mani del giraffone.

« Pessima notte per essere di pattuglia, carnefresca » grugnì il gigantesco Lurch Addams ribattezzando il bimbetto « abbiamo già ricevuto due chiamate: schiamazzi e rumori molesti e lite in casa fra coniugi; e non abbiamo ancora finito di scrostare tutto questo “burro e marmellata” via dal paesaggio. »

Inutile dire che tra le due, la lite fra coniugi aveva la precedenza e una volta afferrato il volante i due fecero un tuffo in città.

Ora, che fosse San Lorenzo, e il suo bel cielo trapunto di stelle, quello sopra le loro teste, non vi erano dubbi. I profumi speziati del quartiere, avanzati dalle cene consumate a balconi e finestre aperte contribuivano a dare all’ambiente un’indole calma, calda, imperturbabile: del litigio, neppure un fiato.

A detta dei vicini, i due piccioncini dovevano aver ritrovato la pace poiché l’ultimo suono, dopo il silenzio e qualche vocale soffocata, fu quello di un intenso, magistrale e coinvolgente orgasmo femminile; seguirono applausi e fischi di tutto il circondario che a orecchio ben teso attendevano con ansia la riuscita della performance.

« Così adesso possiamo goderci in tutta pace e tranquillità il gran-finale. » concretizzò il civile sull’uscio della porta.

L’uomo era sulla sessantina anno più, anno meno, e si sistemava in continuazione gli occhiali con l’eleganza nevrotica degna di un pederasta seriale intento a vederci più chiaro nel fare quello che sa fare meglio.

« Quale gran-finale? Non c’è n’è appena stato uno? » disse il gigantone che non riusciva a togliersi dalla mente le parole vecchio-bavoso.

« Ma delLO SQUALO naturalmente! » e con una forte stretta di mano congedò i militi in servizio, chiuse la porta e corse a conquistare la poltrona.

« Ma cos’è questa fissa per lo squalo adesso?! » domandò sua “altezza” al giovane stalliere, come se dentro di lui albergasse la risposta giusta a questa domanda.

« Beh, signore, è uno Spielberg di buona annata! » rispose quasi titubante il signorino, e sembrava una buona motivazione, ma le orecchie del brigadiere erano “troppo in alto” per sentire quel che il rampollo dell’arma aveva da dire, troppe nuvole su quel capo, non gli prestava ascolto, e, padiglioni auricolari rivolti alla macchina, la voce della ricetrasmittente gli ricordò che i loro servizi erano richiesti altrove.

Sportello, chiuso. Cintura di sicurezza, ben allacciata. Mani al volante: sinistra ore nove destra ore quindici. Chiave nella toppa e gira: “VROOM” ruggivano i pistoni. Finestrino aperto, braccio fuori;

e in un goccino di secondi, la volante dei carabinieri, lasciò l’isolato.

La seconda cosa che si lasciarono alle spalle fu la città. Le luci e i semafori, che frastornavano la vista del parabrezza, scomparvero, mentre gli astri celesti cominciarono a sfolgorare sul grande schermo.

L’ossigeno entrava dal finestrino come un pugno arroventato, “l’estate più calda di sempre” dicevano i telegiornali, « Ma non è forse così tutti gli anni? » pensava schietto il fanciullo, forse che  il pensiero, ostruendogli la visuale, non gli permise di notare la smisurata stella cadente che stava tagliando in due, letteralmente, ma molto lentamente, la volta celeste?

Se così fosse, nessuno dei due ci stava facendo caso, men che meno il maiuscolo compagno d’armi,

totalmente assorto nel proprio smartphone a mandare messaggi.

Tutto ciò che riuscì a leggere il pilota, prima che il navigatore rinfilasse in tasca il telefono, fu buona parte del nome dell’allocutore [destinatario] : “Lara Ba” qualcosa.

« Lara, come mia madre! » pensò ad alta voce il pivellino, e la montagna ne fu scossa: nessuno al mondo era più detestabile di un marmocchietto irrispettoso delle gerarchie; non si era preso la bega di divenire brigadiere per farsi sbattere in faccia, con tale calma e gesso, presunti gradi di parentela, ma in quel minuto, non aveva né la mente, né il cuore, né l’animo per mettersi a discutere, poiché, la donna in questione, aveva avuto la brillante idea, giusto in quel minuto, di lasciarlo.

Pertanto, si limitò all’indifferenza, grama malattia di questo mondo.

Quando arrivarono sul posto era già notte fonda e lo squalo era quasi-praticamente finito.

Grilli, cicale e cavallette avevano già rinfoderato i propri strumenti sotto letti di foglie e terra, e niente,

ma proprio niente, stava rumoreggiando molestamente: il paese appariva deserto.

Se non fosse stato per l’insegna accesa del bar, dal quale la centrale aveva ricevuto la chiamata, questi si sarebbe automaticamente catalogato come il secondo buco nell’acqua della nottata (e, più precisamente, classificato a chiare lettere tra le voci “mal servizio” e “polizia pleonastica”).

« Buona notte..! » dissero entrando con tono ufficiale, ma il bar era vuoto, desolato: neanche un’anima a zonzo, le luci accese, i tavoli sgombri, puliti e in ordine.

Sopra il bancone era presente un’enorme insegna, di legno massello, tanto larga quanto esteso era il piano, qui, intagliato a suon di scalpello e caratteri cubitali, vi era quello che, senza alcun dubbio,  doveva essere il motto della locanda: “LA REALTA’ E’ UN CONCETTO ERRATO BASATO SULLA MANCANZA D’ALCOOL”.

E la locanda, alla luce del neon, sembrava irreale, tanto era priva di spirito, poi una musica, mite e

agghiacciante allo stesso tempo, un climax ascendente di contrabbassi e fagotti, proveniente dal retro, “taa-na–taa-na-na-na——-ta-na-na-na-na-na-na-na” e all’improvviso una voce sbraitante:

« CAZZOFAI CON L’ARPIONE!?! SPARA ALLA BOMBOLA COGLIONE, LABBOMBOLA! »

e in successione 2, 3, 4, no 5, 6 spari e di seguito uno scoppio! I due, mano alla fondina, corsero in cucina

aprendo la porta di schianto; al suo interno trovarono un nerboruto trentenne, appollaiato su di un trespolo di paglia, completamente immerso nel mare di sangue mostrato dal televisore, che, nel sorprendere i carabinieri irrompere violentemente nella cambusa, perse l’equilibrio, e con gesto repentino della gamba, portando il piede sul piano cottura, riuscì a mantenere la propria posizione tronificata.

« E voi che caz..?! », si lasciò scappare, ma dovette interrompersi bruscamente, d’altronde aveva pur sempre avanti a sé due uomini in divisa, e per giunta armati! « Veda di moderare i termini, sta parlando con un pubblico ufficiale! » ringhiò l’alto veterano, deponendo la pistola d’ordinanza. « Sì, m-ma v-voi.. » balbettò l’uomo, tentando di raccontare ciò che era appena successo « Il locale era vuoto e silenzioso, poi le urla, i colpi d’arma da fuoco, la deflagrazione: un intervento armigero era nostro dovere! », aaah, fresco di accademia! Adesso era il giovane a parlare, e pareva proprio un libro stampato; mettendo via la sputafuoco, non poté fare a meno di notare il viso del titolare distendersi, fino al punto di dissipare la smorfia d’ansia che ne deturpava la fronte; così, mentre l’adrenalina gli sgocciolava via, lungo le gambe, un sorriso, con un che di sarcastico, si fece spazio tra i lineamenti dell’uomo, quasi come a pensare “tsk, carabinieri!”; viceversa, lo sguardo del ragazzetto, non mostrò alcun segno percettibile di averlo inteso, piuttosto, lo stesso iride, con cui metteva a fuoco quell’occhiata da maestrino, risultava severamente gonfio di solo senso del dovere.

« Va bene, va bene, nessun problema! Niente di rotto, nessun morto, direi che non è successo niente! » incalzò il bartender [barista], « Era ora che arrivaste! Vi ho chiamato quasi due ora fa! » continuò, con tono ammonitorio. « Signore, spero che lei sappia che ogni chiamata ha un grado di emergenza differente, e che i casi non solo ci vengo affidati casualmente, in base alla nostra posizione sul territorio, ma quello che voi dite quando effettuate la chiamata ne categorizza la gravità. » rilanciò lo sbarbino in divisa ammutolendolo;

al solito, si và per cazziare e si viene cazziati: il lungo braccio della legge non sbaglia, mai.

E sentendosi piccolo-piccolo, per la propria ignoranza, l’ora nuovamente docile locandiere, spiegò il motivo della chiamata: « Eravamo qua, non di qua in cucina, qua di là, nel locale; e c’erano tutti i miei migliori amici, nonché clienti, Mauro, Roberto, Walter, Giovanni, Manlio,  tutti qui in attesa che cominciasse LO SQUALO, magistrale! », il brigadiere strinse nervosamente una mano attorno alle tempie, intanto quello continuava « Ad un certo punto, proprio all’inizio, sà quel pezzo tutto musica, nelle profondità marine, che pare quasi di essere lo squalo stesso, no? e poi c’è tutto il pezzo degli hippy del cazzo sulla spiaggia, oh mi scusi, ho detto cazzo. » l’aveva detto, ma all’altissimo, il soggetto, quasi cominciava a piacere, e infatti disse

« Prego, continui pure. » e quegli andava avanti « sì, dunque, parte l’armonica del drogato in televisione e da fuori si sentono dei rumori, come colpi d’accetta su un tronco d’albero e poi delle urla, al che sono schizzati tutti in strada, come elastici in tensione, ma fuori non c’era proprio niente da vedere; così il Manlio ha chiamato voi, e per paura che fosse qualcosa di “satanico” o sanno loro cosa, sono scappati tutti a casa, e io qui, solo come un (pesce) cane. »

a quel punto, il muso del mescitore, riuscì a domare l’inizio di una risata fragorosa:

pescecane – squalo, la avevano capita, ma d’altro canto, non sempre la gente apprezza ciò che comprende.

<<TA-TAK!-TAK!>> preciso e sordo, dalla cadenza regolare, un rumore “come colpi d’accetta”,

<<TA-TAK!-TAK!TA-TAK!-TAK!>> picchiettava al di là delle finestre.

Il villico era sbiancato, sembrava come se una colata di calcestruzzo l’avesse centrato in pieno talmente era pallido e paralizzato, mentre i nostri uomini, che non si persero d’animo, corsero, fantini a cavallo delle proprie pistole, come proiettili attraverso la porta. Punta ore dodici, ore dieci, ore tre! <<TA-TAK!-TAK!>> viene da gli alberi! I due entrarono compatti nella selva come un machete affetterebbe il sottobosco, e spalla-spalla percorsero il viale silvestre coprendosi il fianco a vicenda; dal cielo parzialmente coperto dalle fronde, due lune sfolgoravano le tenebre: una languida, pallida, candida, la classica luna da notte; l’altra, ardente, come un piccolo sole sempre più grande dal folto criname fiammeggiante. Più ci si addentravano, in quella boscaglia, più la scia sonora si faceva densa e corposa, <<TA-TAK!-TAK!-TAK!>>, agente e ufficiale procedevano cauti, facendo scudo del proprio arnese, <<TA-TAK!-TAK!-TAK!>>, martellava sempre più forte, <<TA-TAK!>>, era tanto violento da stordire i timpani, <<TA-TAK!-TAK!-TAK!>>, solo il cuore impazzito del “corpo” dei carabinieri riusciva a tenergli testa,  fino a quando non fu talmente grande e forte da far scapolare [scappare] l’ultimo grammo di silenzio: ogni molecola di ossigeno circostante divenne frastuono e l’ombra rumorosa aveva ormai preso forma.

Tutto d’un fiato, dalla bocca del vegliardo, uscì un costrutto (locutòrio) privo sia di pause che di virgole, che alle orecchie del partner suonò pressapoco così: « Porcaputtanaèunorso! »



« Porcaputtanaèunorso! » uscì tutto d’un fiato dalla bocca del vegliardo.

Quando l’organismo ha bisogno di risposte e di decisioni comportamentali per sopravvivere a volte subitanee [cambiamenti/eventi inaspettati] si parla di tempi infinitesimali, e l’amigdala [parte del cervello che gestisce le emozioni ed in particolar modo la paura] riveste un ruolo fondamentale nella conservazione della specie, poiché effettivamente, con velocità e precisione, la zampata dell’orso cacciò il cannone, pronto a tuonare, dalle mani del sopracitato vecchio, mentre questi lo fissava negli occhi come un bimbo avrebbe fissato l’uomo nero la notte in cui avesse deciso di uscire dall’armadio.

Sebbene le similitudini tra uomo e orso possano essere svariate, a cominciare da la fitta peluria, di cui il vetusto agente in mattinata si era ben preoccupato di sbarazzarsi il mento, agli occhi del giovane, i due faccia a faccia, erano statue silenti, fuori scala l’una dall’altra, ma da la medesima mole prominente.

Mano e pistola non si osavano a sparare, maledetta accademia! avevano letto troppi articoli, troppi comma, troppi paragrafi per ignorare che rompere il silenzio con un colpo rivolto ad un orso era severamente vietato:

sedato e immobilizzato”, quella era la prassi.

Con uno scatto delle gambe degno del miglior parkourist, il ragazzo si lanciò addosso all’ufficiale inerme, per poi capitombolare qualche metro più in là: l’azione scatenò un tic nervoso della bestia, la quale fece calare la zampa come una ghigliottina alle loro spalle. « MERDA, LA GAMBA! », centrata in pieno, troppo lunga per mancarla « SPARAGLI CAZZONE! CHISSENEFREGA CHE  E’ VIETATO! », l’orso puntava il duo maldestro e il ragazzo, adesso, nel vederlo partire alla carica, avrebbe voluto fare fuoco, ma durante il volo d’angelo doveva aver perso la pistola perché fra le mani non stringeva che una manica di giacca strappata dalla casacca del suo superiore. « SOTTO DI ME! », continuava a urlare l’ufficiale azzoppato, « LA PISTOLA! SOTTO LA MIA SCHIENA! » e manco il tempo di metterci il braccio che uno schianto di luce illuminò a giorno la fitta boscaglia.

Il frastuono fu talmente roboante da coprire il terremoto che ne era scaturito e la creatura, terrorizzata, fuggì nella direzione opposta lasciandosi appresso un duo guerriero privo di fiato finalmente libero di stramazzare al suolo. Il cielo era caduto “Per Toutatis!”, caduto in Terra, non c’era altra motivazione valida a giustificare tale fracasso, a parte una potenziale esplosione mini-atomica!

Si dà il caso però che il Molise non fosse affatto entrato in guerra nelle ultime quarantottore e che la volta celeste sembrasse posare ancora indenne sopra il capoccione regionale; eccezion fatta per una misera porzione di infinito, composta di materia stellare, che avendo deciso di invadere la Terra sotto forma di bolide ardente, non poté fare a meno di notare un piccolo pezzetto di bosco messo a qualche centinaia di metri dalla sterpaglia su cui la nostra non-più-belligera coppia era crollata da qualche minuto buono.

« Aiutami ragazzo, la gamba sembra rotta. » e tese il braccio verso le stelle.

Il giovane, che aveva il suo ancora sotto il dorso dell’uomo, stringeva fra le dita la pistola senza avvertirne la presenza: a causa della compressione dei nervi i collegamenti con l’arto fantasma erano fuori-uso dalla spalla in giù e, una volta in piedi, non si accorse di quel tentacolo privo di vita che gli rimaneva sorprendentemente appeso al tronco. La mano “buona” afferrò il maggiore con l’eleganza tipica e traballante dell’ubriacone, che nel pieno dell’ebbrezza, avesse dovuto raccogliere da terra il proprio cappello scalzatogli dal vento; ad ogni sbandamento del subalterno il vecchio temeva il peggio per la propria gamba e per paura di ricadere su quell’asta spezzata si attaccò d’impulso all’arto guasto del ciucco, che tradito dal dolore, spinse il dito sul grilletto conficcandosi una pallottola nel piede.

Buio.

Che ansia, l’orso,

che succede? le fiamme della fenice,

angoscia e saliva sono tutta una pasta, LO SQUALO,

che caldo, cazzo, mi fa male il piede!

panico e gusto di ferro, Proprio stasera che eri libero?

rosso, è tutto rosso, mamma,

sembra di prendere fuoco, Lara Fenice,

Aiutami ragazzo, non era il suo nome da nubile?

dove sono? l’aria è così calda, mi bruciano i polmoni,

Lara Ba, prima l’esplosione,

come mia madre! poi ho premuto il grilletto,

fa troppo caldo qui, Lara Ba-Fenice…

mi fa male il piede, Ti scopi mia madre!

« TI SCOPI MIA MADRE, MALEDETTO BASTARDO! » il ragazzo aprendo gli occhi si era reso conto di avere entrambe le mani infilzate nella giacca del collega; tuttavia il pezzo d’uomo doveva essere svenuto dal dolore, dopotutto il novellino gli era caduto dritto-dritto sulla gamba “spezzata” e, come se non bastasse, le fiamme del cielo avevano “infettato” una buona parte della foresta: con tutto quel fumo attorno non c’era da meravigliarsi se nonostante schiaffi e strattoni il vecchio non riusciva a riprendere conoscenza.

Il piede massacrato, una valle di lacrime.

Lacrime rosse che ribollivano su quella terra arsa dal fuoco, terra in cui la pallottola era andata a finire dopo aver attraversato quel giovane tarso come una biro trapasserebbe un foglio di carta. In quelle condizioni non poteva certo pensare di alzarsi in piedi, l’unica era di avanzare carponi fino ad un posto sicuro dove poter mettere un tappo a quel foro sanguinolento, impossibile trascinarsi dietro il gigantone svenuto.

Sdraiato a pancia in giù, aderente il terreno, con la testa alta per guardare avanti, faceva forza prima sulle ginocchia poi sui gomiti procedendo con “passo del leopardo”. « La terra è finita, andate in brace! » gli parve di sentir gridare ai rami freschi che scoppiettavano sulla caldarrostiera, mentre una seconda voce, molto più roca e profonda si faceva sempre più forte. « Un altro proiettile dal cielo? » pensò alzando la testa, ma un genere diverso di borbottone era intento a solcare il blu più blu.

<<SPLASH!>>

I soccorsi aerei avevano centrato le fiamme vicino al bimbetto che, come si suol dire, venne buttato via con tutta l’acqua sporca giù per la collina.

Rotola, schivalo, scivola,

sassi e detriti in fiamme,

scivola, parati, rotola,

la selva infuocata cominciava ad essere lontana,

e il monticello dava l’impressione di non avere mai fine.

Doveva aver deragliato per quasi un chilometro quel treno in corsa quando da ultimo incontrò il tronchino del binario morto dritto sulla schiena.

Il dolore lo paralizzò sul colpo, « Un forte trauma, come una caduta da cavallo o un incidente stradale, » sosteneva il docente di medicina sul campo, « può portare alla rottura di una o più vertebre », le aveva sentite, due sicuro, la terza forse era solo suggestione; come se non bastasse la pelle gli scottava pruriginosamente a causa delle percosse ricevute durante la lunga strisciata, e le ossa, 206 spine curve e angolose conficcate sotto la cute che urlavano una ad una, tantoché lo sbirro dolorante, avvolto da un buio più pesto di lui, si lasciò scappare un « Pòrcoddìo! » nella speranza che il supremo, sentendosi nominare, si accalappiasse ogni male, dall’invocatore al creatore senza battere ciglio, d’altro canto però, a causa delle guance gonfie, ciò che ne usci fu un suono talmente soffocato da essere imperscrutabile persino per una divinità.

Mai una soddisfazione.

Silenzio.

Forse una c’era.

Muovendo le mani con cautela frugò nelle tasche della giacca dosando il contatto con la stoffa, persino le carezze del vento tra gli strappi della divisa lo lasciavano senza fiato, « Sì! », le sigarette.

Con una pacatezza decisamente fuori luogo aprì il pacchetto, fradice.

Guardò meglio, in mezzo alla pappetta di tabacco c’era una fumosa ancora mezza intatta dal filtro fino a una metà buona che portò subito alla bocca poggiandola con cautela sulle labbra tumefatte, e spingendo con pazienza sull’accendino riuscì finalmente a dare una boccata del suo veleno.

« Hhhs-fffffffh, aaaaaaah! »

Luce, insperabilmente.

Un varco luminoso strappò all’ombra un piccolo pezzo di prato. La fonte era un lucernario che prese vita sopra la nuca del giovane esodato, il quale si accorse di aver schiantato sulla parete di una casa.

Una voce si animò all’interno delle mura alle sue spalle, una via d’uscita da questa notte maledetta penserete voi, ma al ragazzo non importava più nulla della lotta per la sopravvivenza; muscoli e tendini, dopo l’ultima ardua impresa, si erano dichiarati in sciopero, basta faticare, mai più sballottamenti o ansie o paure, per non parlare di quel foro superfluo nel piede, la voce muta, tutto quel fare la roccia giù per la collina, ogni singola parte del suo corpo lottava contro il sistema nervoso, solo gli occhi, stanchi, ancora cercavano e indagavano catalogando luci e riflessi.

La voce dentro casa non aveva mai interrotto il suo discorso, e le pupille, incuranti di quanto riportato dalle orecchie, volteggiavano nell’aria come farfalle giunte al termine del proprio ciclo vitale; staccandosi dai particolari più contingenti andavano posandosi di spigolo in ombra, in cerca di un luogo appartato dove poter spegnersi in tutta tranquillità, e più la vista si allontanava, più l’energia vitale del giovane, fuggendo la carne,

la tallonava.


In fondo al tunnel di luce,

poco prima del buio,

petali gialli su cui riposare:

genziane.

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