Della parola fine. (Flavio Regazzoli)

Di Flavio Regazzoli.

1.

Ora siamo arrivati in questo rifugio, nella Torre che sembra non più in funzione. Olympius è da qualche giorno che non si sente bene. Giace in uno stato di fissazione e ansia immotivata. Proviamo a spronarlo, a fargli delle domande, ma a ogni lettera pronunciata lui si inceppa. Non capiamo se formula in questo modo indecifrabili richieste di aiuto. Le giunture del suo corpo alto un metro scricchiolano a ogni piccolo movimento. Quanti ricordi! Elettrizzante averlo con sé. Al pensiero del periodo in cui vivevamo e dei pochi segni di vita intorno a noi, una compagnia del genere era giunta come fondamentale. Era divertente, bizzarro, spesso paranoico, ma generoso sì, non si poteva dire che non lo fosse. Ci sorprese quando si mostrò in grado di leggere: – Chi semina vento, raccoglie tempesta – sillabò questa scritta trovata su un muro diroccato della città al confine, deserta.

Un mozzicone di sigaretta rollata spenta è appesa all’angolo sinistro della bocca, la quale è una lunga barretta composta da numerosi denti, se ne possono contare almeno cinquanta e sono sempre in vista. Sebbene non sia un segno di viltà gli dà un che di angosciato quella bocca disposta orizzontalmente. Al di sopra compare il naso pronunciato, con la curvatura delle narici che va da un occhio all’altro. I due occhi tondi tondi ruotano su loro stessi per allargare o restringere il campo visivo, come l’obiettivo di una macchina fotografica. La sua capigliatura è rossiccia all’attaccatura e nera sulle punte. Sulla fronte Olympius ha un solco: un’entrata da cui durante l’infanzia ha ricevuto informazioni finché non è stato in grado di assimilarle ed elaborarle autonomamente. Ebbene la sua faccia nel complesso ha un che di stralunato… un clown? All’inizio non c’eravamo mica accorti che gli mancasse una rotella.

Ci aveva soccorsi Olympius. In un ambiente prossimo alla catastrofe, quale era quello in cui vagavamo in cerca di rifugio, lui ci aveva dato un mano. Una mano?! Per prima cosa ci aveva spiegato dove eravamo arrivati sicché faticavamo a comprendere le coordinate, reduci dall’Amnesia Febbrile. Tutto un percorso avevamo intrapreso tra scheletri di città vuote e pianura, infinita pianura in un susseguirsi di ettari di campi in abbandono. Saliti sui promontori per cercare alimenti, ne eravamo appena scesi dopo esserci abbeverati da un sorgente d’acqua per miracolo rimasta pura. Ed era stata un preannuncio dell’incontro quell’acqua chiara!

Olympius non sapeva andare a cavallo, lo ammise con sincerità appena lo trovammo, ma gli dicemmo che non era un problema, perché di cavalli più non ne avevamo, non potevamo mantenerli, la zuppa di fave ci serviva come nutrimento. Poi scherzò con noi, mantenendo la sua aria malinconica e seria. Ci fornì in dono del succo d’uva, sempre pronto a condividerne le scorte. Dopodiché insieme a Olympius ci aggirammo ancora tra un posto e altro: nel trovare campi fertili provavamo di tutto per trarne frutti, ma la distruzione incalzava, dovevamo spostarci di continuo, essere bravi a mantenere la calma e la dedizione. Fugaci ma attenti. Noi che provavamo orrore della parola fine, con la fine dovevamo confrontarci di continuo. Estranei ai piani stabiliti: se alla fuga eravamo costretti, allo scontro di certo non ci risparmiavamo. Né all’incontro. E come sgambettava Olympius, con tutte quelle piccole articolazioni che si ritrovava, da far venire il fiatone a stargli dietro. Noi che provavamo orrore della parola fine, cercavamo allora di scavalcarla, di prepararci al balzo. In un gruppo di sedici eravamo rimasti, ma c’era chi andava, c’era chi veniva.

Ci siamo nascosti nei piani alti della Torre che all’apparenza sono abbandonati. Dobbiamo escogitare qualcosa! È palese che Olympius non si sente bene. Allora gli apriamo la nuca per intervenire sulla scatola cranica.

– Prova a parlare adesso Olympius!

Ma lui non può che singhiozzare lettere sparse, non più le allerge tirate con cui guidava amabilmente la conversazione. Il bel colore verde del volto è diventato di un pallore di cadavere. Un occhio gli si è chiuso, mentre l’altro è sbarrato e vacuo. I numerosi denti sono diventati quelli di un teschio.

– Ci vorrebbe un esperto – dice il compagno e lo dice a malincuore, aspirando una profonda boccata di caprina.

– È troppo vecchio. È della specie positronica. Difficile trovare persone pronte a ripararlo.

– Difficile trovare persone, ormai.

La sentenza ci azzittisce. Tolgo a Olympius il mozzicone di sigaretta dalla bocca. Al di là del pessimismo, di persone ne avevamo incontrate poche sul nostro cammino fino alla Torre.

2.

Quando Lucerta aveva perso la mano in uno scontro, avevamo recalcitrato tutti di fronte al moncherino bendato invece Olympius non ci aveva pensato due volte a cauterizzare la ferita, seguendo le indicazioni della nostra dottoressa di bordo. Aveva fatto ingollare a Lucerta un po’ di grappa, e altra gliela aveva versata sul braccio amputato. Gli occhi a Lucerta erano usciti dalle orbite per il dolore ma aveva resistito. Avevano proceduto al taglio con la fiamma ossidrica che Olympius serbava nella manica. Alcuni svennero per l’odore di carne bruciata e alla vista del moncherino che fumava.

– Ha fatto quel che ha potuto, ci ha aiutati a suo modo, fin dall’inizio.

Anche noi non eravamo stati immuni dall’Amnesia Febbrile all’inizio della catastrofe, per cui ci confondevamo spesso. L’intervento di Olympius era stato essenziale. Ce l’aveva dato una ragazza, disposta a barattarlo per pochi spicci, convinta che quelle monete le servissero ancora a qualcosa. Come detto lui non sapeva andare a cavallo, però sapeva utilizzare la bicicletta. Ricordo che il primo giorno con un vecchio modello un poco arrugginito che rinvenimmo per strada mi portò sulla canna. – Sei romantico Olympius! – gli dissi, ma lui non capì e pedalò rapidamente fino a un capannone abbandonato. Arredare casa? A quei tempi nessuno più ci pensava! Eppure ci comparì dinanzi quel negozio di mobili. Era in rovina, sulla facciata blu la scritta era crollata. Il capannone anche all’interno era derelitto, ma trovammo comunque una camera da letto rimasta intatta. Ne approfittammo per riposare. Per raggiungerla vagammo tra corridoi pieni di calcinacci, pezzi di plastica e compensato a pezzi. E che dispiacere fu per Olympius trovare in quei mucchi i suoi simili stesi e arrugginiti. Si inginocchiò a studiarne le fattezze, tradendo una strana empatica robotica.

– Appoggia quel cacciavite. Non è il caso di accanirsi.

Insieme lo riponiamo nel sacco a pelo che Olympius porta sempre con sé. Come in un’antica cerimonia di passaggio lo tumuliamo insieme ai suoi alimenti in scatola, quelli che ancora sono da scartare.

– Ma c’è un altro mondo? – mi chiedo mentre cerchiamo di trasportarlo verso la brandina da campeggio. Olympius ci scivola di mano e cade cigolando sulla pietra.

– Vuoi stare attento?

– Scusa, portiamolo nella cripta.

Nella caduta Olympius ha perso un bullone, una vita sulla nuca che non era stata chiusa bene. Lo cerchiamo sul pavimento, non lo troviamo. Scendiamo le scale a chiocciola della Torre. Decidiamo di non dir niente a Ofelia che è già troppo scossa per tutti quegli spostamenti, e se ne sta giù nel prato seduta all’indiana. Con la scusa di star di guardia vuole rimanere da sola. È affezionata a Olympius e ci rimarrebbe troppo male: giunti al piano terra per un attimo da una feritoia della Torre la guardiamo che con le orecchie dritte e la coda ripiegata sta attenta a chi passa.

Poi torniamo a dedicarci a Olympius e lo portiamo giù fino alla cripta. Non potendo chiudergli le palpebre perlomeno gli riponiamo di lato l’antenna che tiene in testa. È un atto doveroso. Liberiamo un giaciglio e lo distendiamo. Ci sentiamo sobri e risaliamo mentre arriva una strana luce a illuminare di traverso la Torre. Usciamo allora nel prato dove la gatta Ofelia, tra l’erba rada e secca, sta guardando sbattendo gli occhi quel denso bagliore.

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