Il mentore. (Charlie D. Nan)

di Charlie D. Nan

 

 

Dopo 680km di viaggio, ci trovammo in cerchio di fronte al fuoco dell’ashram e non potevo ancora immaginare che da lì a poco lo avrei visto in piedi quasi del tutto spoglio, se non per il pannolone che nascondeva il male che solo lui aveva il coraggio di pronunciare, mentre non osavo neanche immaginarne il senso, nonostante fosse chiaro che il coltello del tempo avesse affondato la sua lama.

Il mantra collettivo si srotolava nella pira innalzata alla Dea Madre, e io pensavo solo a rinfrescarmi allargando con le dita il colletto e le maniche dei vestiti troppo lunghi per agosto, ma così richiedeva l’etichetta della cerimonia. Lui invece, al posto di porgere il riso alla brace come da rituale, aveva preso il velo che gli avevano donato per onorificenza e, gettandolo nelle fiamme assieme agli altri indumenti, aveva detto che quel rito non era altro che una formalità.

All’ashram Babaji di Puglia, vicino a me sedeva un ex-tossico di Roma che il giorno prima mi aveva raccontato della sua vita e di quella di un altro tizio che si era fatto quattro anni in galera per aver rapinato delle vecchiette travestito da tecnico dell’Iren. Poco più in là un santone indiano con i capelli meno lunghi della barba e lo sguardo fisso, e accanto a lui una ragazzina ben pettinata con il tatuaggio di Hello Kitty sul piede.

Il fuoco, nel mentre, si divorava le illusioni e l’eternità e l’illusione dell’eternità e, senza che noi e loro lo sapessimo, santificava gli AK47 delle guerrigliere siriane e i pranzi multivitaminici degli astronauti delle spedizioni della Stazione Internazionale, e poi si divorava qualche illusione ancora e anche qualche pratica di tribunale impolverata perché poco rilevante al giudizio della Procura.

Allora coloro che avevano riversato nella pira dell’ashram solo le proprie pene, sentendosi derisi dal fatto che aveva gettato i suoi vestiti nelle fiamme e avesse dubitato della sincerità dei loro gesti, si alzarono in piedi per assalirci: io e lui eravamo troppo minuti di corporatura e troppo pochi per affrontarli.

Dal canto mio conoscevo bene la storia della sua vita. Henry Meyers era nato in Galles nel 1949 e ben presto venne definito un giovane turbolento dai compaesani di Comins Coch. Lasciati gli studi si mise a vagabondare per la Snowdonia; si imbarcò per un anno sulla cargo Hanjin; fu tra i primi a solcare le onde del Galles con una tavola da surf; fondò tra le prime bande di Skinhead, commise qualche furto e fece a botte con i gruppi rivali e protestò contro la riforma Tatcher sulle miniere; in una calda giornata di giugno, capeggiando cinquecento Skinhead del nord si scontrò con quelli del sud, ma Henry Meyers, quando la tensione dello scontro raggiunse il culmine, si arrestò, si voltò e riprese il proprio cammino fino a unirsi a una comunità cristiana. Dopo otto mesi di permanenza, i suoi sogni divennero cime di velluto e di alabastro e una notte vide se stesso morire, e quando confessò quella sua esperienza ai membri della comunità venne cacciato perché ritenuto un eretico.

Henry Meyers da quel giorno in poi sostenne che stava vivendo due volte e riprese a vagare. Dopo qualche anno arrivò in Italia, si ritirò sulle colline sopra Agrigento, e in quelle zone si sparse la voce riguardo un eremita e questo fatto animò la curiosità di molti che risalirono il sentiero per andare ad incontrarlo. In seguito, come se Henry Meyers non conoscesse strade da percorrere ma solo luoghi in cui fermarsi, scese nel paese di Cattaloturo dove lo incontrai la prima volta. Di quell’uomo me ne aveva parlato mio zio e dopo che lo conobbi dovetti incontrarlo altre volte e poi altre volte ancora finché divenne il mio mentore. Mi era chiaro tutte le volte in cui andavamo a pescare con lui al calar della sera, che ci sono uomini che hanno vissuto molte vite, altri invece hanno vissuto due vite in una e sono uomini la cui esistenza ha la stessa tensione di una lenza e la stessa elementare capacità dell’asola dell’amo di legare un’estremità al tutto.

Di fronte al fuoco dell’ashram se per me la scelta giusta sarebbe stata quella di ritirarci e far passare quell’offesa come un errore di valutazione, Henry Meyers ribadì la sua posizione. Disse che quel fuoco sacro era diventato per loro un rifugio, che quel rito millenario aveva perso il suo significato e disse che se è vero che ogni mezzo ne suggerisce il suo uso, è altrettanto vero che spetta ad ogni uomo coglierne il senso. A quel punto la folla, che si ergeva contro di noi, assumeva un’entità sempre meno definita nei volti e nella forma.

Allora si alzò anche la ragazzina ben pettinata con il tatuaggio di Hello Kitty sul piede, ma si unì ad alcune donne dell’ashram che in nostra difesa si frapposero sia a gesti che a parole tra noi e il resto del gruppo. Dissero che non vi poteva essere purificazione nella meccanicità di quelle azioni e così intervennero altri ancora. Eravamo salvi.

Dopo quel giorno avevo rivisto Henry Meyers solo un’altra volta in Toscana, e ad ottobre mi raggiunse una chiamata di sua figlia.

Papà è morto, disse.

Ci sono uomini che hanno vissuto molte vite; alcuni fanno i marinai, altri hanno anche due famiglie in più parti del mondo, altri ancora da dietro un monitor affondano nell’immaginazione per esulare dalla monotonia della quotidianità. Altri ancora hanno vissuto due vite in una, cento metri della strada calcata da questi uomini pesano più sul corpo del Mondo che i milioni di abitanti di centomila città, nel cui cuore non si agita alcun desiderio.

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