Underground. (Frankestein)

di Frankestein.

C’era la première sopra di me al Regio, in scena una pièce tratta da Bertolucci, ora non ricordo più quale, ma non me ne curavo, pensavo a truccarmi, il rossetto sulle labbra denso mi rilassava in una piacevole sensazione di… donde mi guardavo allo specchio e offuscata nell’evento mi piacevo.

Sopra al Regio tutti in ghingheri sfilavano, tutti in ghingheri i signorotti col panciotto, le dame in pelliccia sfilavano – e forse ancora in qualche remoto schermo succede? – mentre le nutrie si propagavano nella fuga nei torrenti aridi, sopra la première al Regio, laddove si era esaurito il concetto di passato e di futuro, come quell’acqua che più non scorreva nel torrente.

Mi truccavo e sentivo dai cessi provenire – eravamo nei vespasiani – sentivo dalle porte provenire mentre il rossetto sfioriva d’incanto sulle labbra suoni umidi, come di umidità ricambiate e sniffate secche e sciacquoni che sgorgavano, ancora secche sniffate con banconote di nullo valore arrotolate.

Mi truccavo e due gocce scivolavano ai lati degli occhi – Non piangere in pubblico – mi dicevano. Il viso: – Hai un bel viso mi dicevano – ma mi stancavo di guardarlo, così tremante in un’età dai contorni indefiniti.

Ho un bel muso, pensai, eccola un’idea di futuro. La musica continuava a vibrare dallo stereo portatile del custode del bagno, uno delle cooperative, il custode tatuato, che metteva in mostra denti sbrecciati e un’arena di tatuaggi sui bicipiti e il suo occhio si era posato al mio passaggio, mi ricordai di averlo sentito tuffarsi in me al passaggio.

Ora non c’era più, la vecchia radio cantava, dai bagni più nessun suono. Aprii una porta traballante sui cardini e un coacervo di scritte comparve sul muro che ricordava per ammasso e bizzarria una copertina, Beggars Banquet degli Stones, e suonava la radio quel pezzo con l’arpeggio all’inizio e poi le percussioni sempre più intense, la voce e lo strano strumento, e vidi i contorni della mano sopra la cassetta dello sciacquone con la scritta L-O-V-E, una lettera per ciascun dito: in quale occasione quella mano si era appoggiata, forse per slancio di passione, alla cassetta dello sciacquone? Teatro Regio Underground, un’eiaculatoria di scritte da cesso.

Me l’aspettavo. La scura figura scese le scale con quelle specie di zanne e il mantello, a passo lento, avvolta in un odor misto di rose e letame. Sapevo che sarebbe venuta a prendermi, che mi avrebbe riservato un trattamento speciale, così lo chiamavano, ero una delle ultime rimaste, altre erano andate in mare: ancora c’era chi voleva mettere mano nel catrame.

Abbassai di poco lo sguardo dinanzi a quegli occhi due fessure di libidine socchiuse, poi lo rialzai: mi sarei spogliata di fronte a lei che null’altro che suono gutturale avrebbe emesso, come un lontano riverbero di linguaggio… da tempo mi aveva scelta, senza alcune costrizione.

E insieme risalimmo le scale, con l’oscena dalla lunghe zanne ero pronta all’entrée, ché l’avevano detto, appena era giunte quelle creature, appena scese col suono di cuculo delle loro navi, citando Shakespeare in inglese stentato, l’avevano detto: All the world’s a stage, men and women merely players, senza chiedere il prezzo l’avevano detto, svelando il sipario dell’universo.

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata